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"Vai e vivrai" di Radu Mihaileanu
Una storia a metà tra l'affido e l'adozione e tante altre cose. |
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Trama del film:
Salomon è un bambino etiope che vive in un campo profughi in Sudan. Un progetto di cooperazione americano-israelita approda lì per trasferire alcuni Falashas - gli etiopi ebrei - in Israele. La madre di Salomon lo obbliga a partire con loro, fingendosi un ebreo, perchè il bambino abbia un futuro. Arrivato a Gerusalemme insieme ad un'altra donna che finge di essere sua madre, Salomon diventa Schlomo. Quando la donna muore il bambino viene adottato da una famiglia israeliana, ma continua a sognare di rivedere sua madre...
1984. Centinaia di migliaia di Africani trovano rifugio nei campi profughi in Sudan. Gli Israeliani, con l'aiuto degli Americani, portano in salvo gli etiopi di origine ebrea, i Falasha. Un bambino viene salvato dalla madre che lo fa salire su un convoglio facendolo passare per ebreo. Verrà adottato da una famiglia israeliana e crescerà con il desiderio di rivedere la madre misto al conflitto interiore dato dalla consapevolezza della non appartenenza. Un film dal soggetto apparentemente complesso quello del regista di quel piccolo gioiello che è stato "Train de vie". Capace pero` di toccare ancora una volta il cuore degli spettatori grazie all'estrema partecipazione che mostra nei confronti dei due piani della narrazione. Sul versante sociale Mihailehanu è impietoso nei confronti degli israeliani più retrivi che nascondono la loro xenofobia dietro l'uso distorto della parola divina. Sul piano più privato mostra una grande delicatezza nel descrivere la crescita di un ragazzo adottato desideroso, al contempo, di integrarsi ma anche di ritrovare la propria madre. Quella madre che lo aveva fatto partire assegnandogli un mandato: "Và e diventa". Come spesso accade nei festival ci si chiede perchè questo film non sia in Concorso. |
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Mi chiamo Sam regia di Jessie Nelson |
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Sinossi
Sam Diamond è il più amorevole dei padri ma ha anche un grave ritardo mentale molto grave (le sue capacità intellettive sono quelle di un bimbo di sette anni). Quando sua figlia Lucy, avuta dal rapporto con una donna fuggita dopo il parto, compie otto anni, lo stato della California fa causa a Sam accusandolo di non essere in grado di badare alla bambina. Per questo Sam si rivolge a Rita, un avvocato di successo che, tuttavia, non ha praticamente rapporti con il figlio. Malgrado l’impegno di Rita, Sam perde la causa e Lucy viene affidata ad una coppia: l’uomo, tuttavia, non si perde d’animo: riuscirà a convincere anche i genitori affidatari di sua figlia di essere un ottimo padre e dell’impossibilità per la bambina di vivere lontano da lui.
http://www.camera.minori.it |
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White Oleander = Oleandro bianco di Kosminsky, Peter
Autore del soggetto: Finch, Janet |
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Trama del film:
La quindicenne Astrid è figlia di Ingrid, un'artista dalla forte personalità. Il rapporto di Ingrid con Barry, un giornalista, è burrascoso al punto che la donna decide di uccidere il suo amante avvelenandolo. Con Ingrid in prigione, condannata a trentacinque anni di reclusione, per Astrid inizia la girandola degli affidamenti alle famiglie.
La famiglia deputata ad ospitarla è quella di Starr Thomas, una spogliarellista ex alcolista convertitasi alla fede in Cristo. Starr convive con Ray, un uomo che ad Astrid ricorda il padre che non ha mai conosciuto, e la ragazza gli si affeziona sempre di più, fino a vivere un rapporto ambiguo che provoca l'isteria della donna. Starr, che nel frattempo ha ricominciato a bere, una sera, infatti, spara un colpo di arma da fuoco verso Astrid, che si salva per miracolo. Guarita, la fanciulla è condotta nella comunità che ospita i ragazzi in attesa di affidamento.
L'ambiente è squallido e la convivenza con le compagne risulta difficile a causa dell'aggressività di queste ultime. Nella comunità Astrid conosce però Paul, un ragazzo sensibile, dotato di uno spiccato talento artistico, dal rapporto con il quale nasce una piccola storia d'amore. Ma la relazione è subito interrotta: Astrid si trasferisce a casa di Claire Richards, una delicata attricetta che, in crisi per la costante lontananza lavorativa del marito (del quale sospetta una relazione extraconiugale), le dona incondizionatamente tutto il suo affetto. Ma Ingrid, gelosa del rapporto nato tra la figlia e la donna, spinge per conoscere Claire e imporre così tutta la sua personalità: durante l'incontro in carcere, Ingrid esaspera le insicurezze di Claire al punto da spingerla nei giorni successivi (e dopo l'intenzione palesata dal marito di lasciare l'abitazione) al suicidio.
Profondamente addolorata e furente nei confronti della madre, reputata responsabile del suicidio, Astrid si chiude in se stessa, rifiutando l'affetto di Paul e l'affidamento ad altre famiglie, per accettare quello ad una donna bizzarra di origine russa, Rena, che la obbliga a girovagare per trovare nei rifiuti vestiti da vendere successivamente nei mercati.
Trascorsi tre anni dall'omicidio di Barry, l'avvocato di Ingrid propone ad Astrid di testimoniare a favore della madre per ottenere una revisione della pena. La ragazza, ormai alle soglie della maggiore età e sempre più ostile nei confronti di Ingrid, baratta la sua falsa testimonianza con la verità della donna sul rapporto con il marito. Astrid scopre così che il padre era un artista, fuggito dopo sei mesi dalla sua nascita e che Ingrid stessa, impaurita dalla responsabilità della maternità, la abbandonò per circa un anno. Astrid, riconosciuto l'egoismo della madre, accetta di testimoniare.
Il giorno del processo, tuttavia, Ingrid non la chiama in causa per non coinvolgerla, accettando completamente la sua pena detentiva Astrid si trasferirà a New York per vivere con Paul.
Tratto da Ricerca filmografica.L’eccezionale quotidiano Novembre 2005 |
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About a boy di Chris Weitz, Paul Weitz con protagonista Hugh Grant
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About a boy è un film del 2002 diretto dai fratelli Paul e Chris Weiz con protagonista Hugh Grant. Il film è tratto dal best seller omonimo di Nick Hornby che nel 1998 ha venduto oltre un milione di copie nel Regno Unito diventando uno dei libri inglesi più venduti di tutti i tempi(Wikipedia)
Trama del film:
Will è un ricco single londinese che vive di rendita grazie alle royalties di una canzone natalizia composta dal padre. Passa le giornate tra il divano guardando la televisione e la ricerca di nuove relazioni sentimentali, di breve durata. Un giorno si reca ad un incontro di genitori single fingendosi “ragazzo-padre” solo per rimorchiare qualche donna abbandonata. Le cose però non andranno come credeva e così si ritroverà coinvolto nella vita di una di queste, ed in particolare di suo figlio, Marcus. Il ragazzino entrerà nella sua vita e i due daranno inizio ad un’amicizia che farà uscire Will dalla sua vita piatta da egoista e sarà per Marcus un’occasione di crescere.
http://amosgitai.blogspot.com/ |
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I ragazzi di dicembre regia di Rod Hardy
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Trama del film:
Sono nati tutti nello stesso mese ed è per questo che l’orfanotrofio li chiama “i ragazzi di dicembre”. Ma questi adolescenti - Maps, Spit, Spark e Misty – hanno molto di più in comune. Senza alcuna speranza di poter avere un giorno una famiglia, ne creano una tutta loro. Un giorno però arriva la notizia inaspettata di una giovane coppia che potrebbe adottare uno di loro e allora, quei ragazzi che hanno sempre condiviso l’amicizia, improvvisamente si trovano a condividere qualcos’altro: la rivalità nel tentativo di essere scelti.
I ragazzi di dicembre, un film toccante sull’amicizia e la famiglia, segna il debutto di Daniel Radcliffe in un ruolo da protagonista diverso da Harry Potter. Interpreta Maps, una sorta di fratello maggiore del gruppo, che affronta esitante e malsicuro il suo cammino verso la maturità
Tratto dal sito: http://film-dvd.dvd.it
Il film presenta varie tematiche da diversi punti di vista che offrono molti spunti di riflessione:
-i ragazzi ed il loro rapporto con l’orfanotrofio, tra di loro e con la speranza di un adozione; per uno di loro il cammino della crescita tra le illusioni, idealizzazioni e ritorno alla realtà.
-la coppia che affronta il tema della sterilità e l’idea dell’adozione.
-l’istituzione dell’orfanotrofio e la rete di aiuto ai ragazzi. |
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Preferisco il rumore del mare regia di Mimmo Calopresti - Italia, 1999
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Rosario ha il padre in galera ed ha da poco perduto la madre, uccisa nel corso d'una faida: il dolore l'ha reso parco di parole, serio, religioso, chiuso in un dignitoso orgoglio ch'è pure la sua unica forma di difesa.
Matteo è l'unico figlio di Luigi, un calabrese trapiantato a Torino, dove ha fatto fatto fortuna: dotato d'un carattere non forte, subisce passivamente l'autorità paterna, ribellandosi indirettamente attraverso piccole trasgressioni spesso neppure portate a termine.
Quando i due ragazzi s'incontrano a Torino, ove Rosario viene ospitato dalla comunità di Don Lorenzo per interessamento di Luigi, comincia un difficile rapporto destinato a cambiare molte cose: ma la conclusione, malgrado la buona volontà di tutti, lascerà ognuno con l'amaro in bocca.
Al suo terzo lungometrayggio, Mimmo Calopresti conferma una dote assai rara fra i registi italiani: la capacità di presentare personaggi vivi e concreti, le cui azioni si traducono in dati di realtà senza mediazioni o stonature.
La vicenda narrata risulta, qui come nelle opere precedenti, non soltanto perfettamente credibile ma in qualche modo rappresentativa d'uno spicchio di contemporaneità che ci appartiene mentre lo guardiamo: perfino i riferimenti alla cronaca (la corruzione nella quale risulta invischiato Luigi, ad esempio) appaiono meno forzosi del solito, inseriti in un contesto che li giustifica e non se ne fa mera cornice.
Ancor più importante, "Preferisco il rumore del mare" non ha risposte da dare: alla fine, ogni personaggio si ritrova percorso da dubbi, tormentato da un qualche sentimento di colpa; si avverte imperfetto, o comunque inadeguato.
Nulla pare aver senso, né esser meritevole di venir conservato: forse solo la pazienza positiva di Matteo che, nell'ultima sequenza, recupera il libro gettato in mare da alcuni suoi compagni e, con calma, riprende a leggerlo. Forte d'una solità - direbbe Ida Magli – ch'egli non vive come solitudine.
Sinossi
Rosario è un ragazzo quindicenne calabrese chiuso e scontroso. Ha da poco perso la madre per una vendetta mafiosa, mentre il padre è rinchiuso in carcere. Vive solo in un collegio di Reggio Calabria. Al suo destino si interessa un suo lontano parente, Luigi, dirigente di un’industria di Torino. Quando quest’ultimo viene a sapere che Rosario è stato incarcerato per aver spaccato la testa ad un ragazzo, fa in modo che venga preso in una comunità di recupero gestita da Don Lorenzo, un prete di strada di un quartiere residenziale del capoluogo piemontese. Salito a Torino, Rosario inizia a lavorare in una libreria, a studiare diligentemente e a frequentare il figlio di Luigi, Matteo. Coetaneo di Rosario, Matteo è tutto il contrario dell’amico calabrese: insicuro, snob, succube dell’autoritarismo del padre e sofferente per la separazione dei genitori. Luigi, infatti, vive da solo con Matteo e frequenta segretamente Serena, una ragazza innamorata dell’uomo, ma sofferente per la loro storia clandestina. Tra alti e bassi l’amicizia tra i due ragazzi va avanti fino a quando Matteo ruba un orologio del padre, facendo in modo che Rosario venga accusato, ingiustamente, del furto. Il ragazzo decide così di non volere più aver niente a che fare con quella famiglia. La solitudine e la disperazione di Matteo si acuisce sempre di più: non solo ha perso un amico, ma anche il padre sembra non capirlo per niente, preoccupato per la relazione con Serena e soprattutto perché il titolare dell’azienda, suo suocero, lo ha invischiato in un giro di corruzione. La notte di capodanno, mentre Rosario festeggia in comunità e Luigi partecipa da solo ad una festa, Matteo, ubriaco, distrugge tutta la casa e prende un flacone di medicine. In fin di vita chiama Rosario che corre ad aiutarlo. Poco dopo sopraggiunge anche Luigi che soccorre il figlio e lo porta in ospedale. Prima di salire in auto, minaccia Rosario urlandogli di non farsi più vedere. Il ragazzo calabrese, orami irretito, decide di tornarsene in Calabria, accompagnato da Don Lorenzo.
PRESENTAZIONE CRITICA
Iniziamo dalla fine: Matteo è ricoverato in un ospedale torinese; Rosario, rinchiuso in un carcere minorile di Reggio, è sfottuto dai compagni perché non gioca a pallone con loro ma legge un libro; Luigi ha perso Serena, stufa della relazione clandestina e delle poche attenzioni dell’uomo, e rischia di essere incriminato per corruzione, anche se sembra che il vero responsabile degli atti illegali sia il suocero, proprietario dell’industria che dirige Luigi; Don Lorenzo non è riuscito a fermare la fuga di Rosario e soprattutto non ha mai preso in considerazione una ragazza tossicodipendente che se ne stava sempre all’ingresso della sua comunità e che invece ora è morta per overdose senza che il prete non avesse fatto nulla per evitare quest’ennesima tragedia. Tutti i personaggi si trovano davanti al loro fallimento, davanti alla solitudine e alla consapevolezza della propria inadeguatezza. Inadeguatezza a parlare e a comunicare con gli altri soprattutto: Matteo si è fatto scappare l’unico amico che aveva per non aver saputo parlare con lui; Luigi si è fatto sfuggire Serena perché incapace di capirla, non è riuscito a creare un contatto con Matteo per lo stesso motivo; Don Lorenzo, nonostante la sua continua opera di bene, non ha compreso il linguaggio con cui la tossicodipendente chiedeva aiuto; lo stesso Rosario, chiuso in lunghi silenzi, culla la propria solitudine ignorando, respingendo o disprezzando gli altri, tanto che di fronte alla richiesta di alcuni ragazzi di giocare a pallone, egli risponde leggendo un libro da solo. Il panorama descritto da Mimmo Calopresti è dunque intriso di linguaggi che non si comprendono, che si intrecciano ma non si uniscono, divisi da differenze di classe, di provenienza geografica, di generazione. Un segno di sconfitta che sembra radicato nel dna di ognuno, un destino che coinvolge non solo i personaggi principali del film ma anche le figure secondarie come la madre di Matteo, il nonno, la tata, la stessa Serena.
L’incapacità di comunicare si riflette sull’incapacità di scelta: i personaggi del film non sanno scegliere, fanno in modo che le scelte siano stabilite da altri o, alla peggio, decidono per gli altri e non per se stessi. Il suocero di Luigi sceglie e stabilisce il destino del cognato, quest’ultimo si rivale sostituendosi al figlio Matteo (ordina per lui al ristorante, gli ‘impone’ l’amicizia con Rosario) o modificando il destino degli altri (come nel caso di Serena e di Rosario), Matteo tenta di crearsi una propria identità minacciando il destino degli altri (ruba i soldi e l’orologio sapendo che sarebbe stato Rosario l’accusato del furto) o addirittura cancellando il proprio con il suicidio.
Rosario è alla fine l’unico personaggio che sa scegliere, che ‘preferisce’ il rumore del mare, dunque che stabilisce una direzione arbitraria, anche se non libera, alla propria strada. Il titolo del film è ispirato ad un verso del poeta Dino Campana che, nel suo poema I canti orfici, asseriva: "Fabbricare, fabbricare, fabbricare, preferisco il rumore del mare". L’unico gesto di vera comunicazione sembra essere, così, la nuotata di Rosario nel mare, se per comunicazione si intende appunto un immergersi nell’altro, un compenetrarsi di due entità. Per il resto, e altre citazioni ci indicano lo scacco della scelta, non c’è abbastanza forza per prendere delle decisioni, disattendendo l’esempio dei modelli che i protagonisti, di volta in volta, fanno propri: la canzone Il pescatore di Fabrizio De André nella quale la comunicazione tra un pescatore e un assassino avviene senza parole, ma solo attraverso uno sguardo; il libro Cuore, una sorta di opposto speculare dell’amicizia tra Matteo e Rosario; la passione di Luigi per la squadra di calcio del Torino che ha alcune caratteristiche unanimemente riconosciute e assolutamente assenti in Luigi: cuore, temerarietà, capacità di soffrire.
Il periodare di Calopresti, sempre a tono basso, dalle tinte grigie (si veda l’ufficio dove lavora Luigi), e dai lunghi silenzi, si scontra tuttavia contro una rappresentazione dei personaggi che appare stereotipata: il ragazzino viziato e problematico che sente la musica ad alto volume e che soffre in silenzio per la separazione dei suoi genitori; il ragazzo meridionale introverso che attacca tutti e spara solo verità; l’amante segreta che soffre in silenzio; il dirigente di industria cinico, duro, ottuso alle richieste del figlio e con i sensi di colpa. In tal modo, gli stereotipi e anche una recitazione poco convincente finiscono per rovinare, occorre dirlo con rammarico, lo stile con cui Calopresti guida la macchina da presa. Il suo essere vicino e insieme distaccato dai suoi personaggi è, infatti, un buon modo per entrare, con pudore e senza una smaccata identificazione, nelle storie dei personaggi. Storie che in definitiva appartengono ad ogni individuo: un’amicizia destinata a finire in fretta ma intensa e indelebile, la crisi di un uomo di mezza età di fronte a ciò che è diventato nella vita. |
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L’era Glaciale (2002) a cura di Domenico Di Basilio
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Ancora per una volta ci troviamo di fronte a un film animato in computer grafica. Questa sembra essere sempre di più la strada intrapresa da programmatori, ideatori e sceneggiatori per i cartoni animati del prossimo futuro. L'era glaciale si presenta come film di questa nuova tendenza e a prima vista sembra non emergere dal gruppo dei più conosciuti, visto che non è creato da uno studio famoso come altri titoli, ma dalla Blue Sky Studios, un nuovo ma promettente gruppo di artisti, che si è subito affacciato prepotentemente sulla scena riuscendo ad imporsi con questo titolo, senza nessun timore nei confronti di altre case più conosciute (anche se si erano gia fatti notare sotto il nome Fox per Anastacia e Titan A.E.).
L'era glaciale racchiude in sé fondamentalmente una storia di amicizia, di strana amicizia tra animali diversi della scala alimentare, e proprio questa miscela è quella che rende il tutto molto intrigante e carico di simpatia. Si parte da un comprimario che è Scrat, una specie di scoiattolo che provoca continui disastri e che ci terrà compagnia in tutto il film con la continua ricerca della sua ghianda, poi ci troviamo a conoscere il bradipo Sid, già pigro per sua natura, reso ancora più simpatico con delle battute molto azzeccate, del tipo "sono troppo pigro per portare rancore", doppiato in italiano dalla voce di Claudio Bisio(in inglese il film è doppiato da personaggi non molto conosciuti da noi, eccetto John Leguizamo interprete di Moulin Rouge). Il secondo personaggio è invece più malinconico, vista la sua situazione e la sua solitudine che spiegherà più avanti nel film: si chiama Manny / Manfred, un mammuth doppiato da Leo Gullotta che prenderà sotto la sua "ala" protettrice il goffo Sid anche se non perderà l'occasione di punzecchiarlo, una battuta su tutte "Se si trova una compagna nella vita bisogna esserle fedeli, nel tuo caso grati". Terzo protagonista, Diego, doppiato da Pino Insegno, è una tigre dai denti a sciabola che si ritrova suo malgrado a far parte del gruppo visto che ha in mente soltanto di impossessarsi di un "cucciolo" di uomo che i due goffi amici hanno ritrovato e che stanno cercando di riportare alla sua tribù di appartenenza.
Da qui si sviluppa una lenta e inusuale amicizia, che li porterà all'inizio a diffidare l'uno dell'altro (più che altro a diffidare della tigre), ma che pian piano riuscirà a far emergere tutta la loro carica di sentimenti e li porterà a diventare un gruppo di amici come mai nessuno avrebbe sperato. Il film parte molto bene e continua su questa rotta andando avanti, da notarsi che non ci sono momenti morti nel vero senso della parola, e questo è un bene visto che le ambientazioni per forza di cose sono abbastanza spoglie in certi frangenti; però il paffuto Sid tiene sempre vivo l'interesse dello spettatore con i suoi ragionamenti strampalati (anche se fondamentalmente hanno una logica!), con la sua parlantina ininterrotta e con gli espressivi movimenti che rendono il personaggio ancora più carico di simpatia. La storia riesce a riprendere temi già trattati con Mowgli - Il libro della giungla rivisto in chiave moderna e ad unire citazioni sottili di altri film che magari soltanto ad una seconda visione si riescono a cogliere in tutto e per tutto (il quartetto ad un certo punto si trova a passare sotto un ghiacciaio e vedono un ufo incastrato nei ghiacci, che il bimbo saluta con il famoso gesto vulcaniano di pace e prosperità!). Alla fine possiamo dire che come primo lavoro vero e proprio, questi ragazzi hanno tirato fuori dal cilindro un ottimo prodotto e non possiamo che sperare in nuovi progetti ancora più ricchi e coinvolgenti.
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