Umanitario abbandonato, la pace non è una riviera


Bisogna avere una buona dose di faccia tosta per magnificare «i progressi compiuti verso una pace duratura nella regione». Lo ha fatto, poco dopo metà maggio, Scott Bessent, parlando della Striscia di Gaza. Ci vuole una bella faccia tosta, perché uno che di mestiere fa il segretario (cioè il ministro) del Tesoro Usa, non può non conoscere le penose, inumane, sempre più degradate condizioni di vita alle quali sono costrette, nella Striscia, milioni di persone. 

Genera molta rabbia
D’accordo, a Gaza non si bombarda né si spara più. Ma come si fa a parlare di “progressi”, quando la scena umanitaria continua a peggiorare, a mesi dalla firma del cessate il fuoco? Come si fa a spacciare la favola di una “pace duratura”, sapendo che «il collasso totale del sistema di gestione dei rifiuti solidi ha spinto la Striscia in un disastro sanitario di proporzioni catastrofiche», tanto che «i bambini si svegliano urlando nel cuore della notte quando i topi mordono loro le dita delle mani e dei piedi, mentre dormono accanto a cumuli di spazzatura e liquami»? Come si fa a indorare la realtà, avendo presente che «le mosche invadono le tende trasportando epatite A e gravi malattie diarroiche» e che «i medici temono focolai di hantavirus, leptospirosi, salmonellosi, febbre da morso di ratto e persino peste»?
I virgolettati sono tratti da una drammatica e-mail che la rete internazionale Caritas ha ricevuto, pochi giorni prima della spensierata dichiarazione di Bessent, da Caritas Gerusalemme, che sul campo fa quello che può, con i suoi medici, i suoi volontari, le sue cliniche stanziali e mobili. Genera un po’, anzi genera molta rabbia, constatare lo stridere dei proclami propagandistici dei grandi della terra con la vita d’inferno (immagine non enfatica, per una volta) cui soggiacciono i piccoli della storia. A Gaza rischia di tornare la peste: bisognerebbe avere la decenza di non inneggiare a una presunta pace ritrovata. 

Sopravvivenza minacciata
L’orbo trionfalismo di certe dichiarazioni non si limita, purtroppo, ai confini di Gaza. È piuttosto la copertura di una tendenza globale sempre più diffusa: avviare guerre senza delimitarne obiettivi e portata, aprire conflitti armati e non darsi la pena di chiuderli, lasciandoli serpeggiare in un’alternanza protratta di momenti acuti e fasi a bassa intensità.
Medio Oriente, ma non solo. Ucraina, Iran, regioni orientali del Congo, Sudan e Sud Sudan: sono solo gli esempi più eclatanti di guerre infinite la cui accensione e il cui raffreddamento, la cui modulazione e la cui manipolazione rispondono agli interessi (politici, ma anche affaristici) di élite irresponsabili. Questo scenario non si limita a minacciare la democrazia, a livello planetario, ma fa altrettanto con la sopravvivenza di intere popolazioni, nei vari teatri locali.
Detto altrimenti: stando sul campo, in mezzo alla gente che soffre (e la rete Caritas condivide queste sofferenze, in tanti angoli di mondo), si ha l’impressione che i potenti, ma anche le opinioni pubbliche, siano sempre più disponibili a tollerare un “ritiro”, se non un “abbandono dell’umanitario”, che diventa condanna per milioni di esseri umani. Le guerre non più “incidente”, ma “stato permanente” della storia, fanno sì che le operazioni di soccorso, ricostruzione, riconciliazione e riavvio dello sviluppo siano considerate come intralcio, invece che come obiettivo post-crisi.

A Gaza sarebbe più comodo sbarazzarsi dei bambini, sloggiandoli chissà dove, che impedire il dilagare dei topi. Seguirebbero sfavillanti grattacieli. Ma la pace duratura, la pace vera, non è una Riviera.

Erica Tossani
don Paolo Selmi

direttori Caritas Ambrosiana

Leggi tutto l'inserto Farsi Prosimo sul Segno di Giugno 2026

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