Ci siamo da poco lasciati alle spalle un mese abbondante, dal 1° settembre al 4 ottobre, considerato dalla Chiesa universale
"Tempo del Creato". C'è stato un altro tempo, nemmeno molti anni fa, in cui la sensibilità ambientale non era esattamente al centro – eufemismo – delle preoccupazioni del popolo cristiano. Avevamo accumulato un ritardo di otto secoli:
Francesco d'Assisi aveva insegnato a chiamare
matre la terra, e
frate e
sora il sole, la luna, le stelle, il vento, l'acqua, il fuoco e così via: non oggetti di relazioni funzionali, da sfruttare o al massimo da tutelare per convenienza economica, ma soggetti di una relazione famigliare, dunque anche spirituale. Avremmo dovuto attendere un altro Francesco, quasi 800 anni dopo la morte del primo, per veder insediata al cuore del magistero una doppia consapevolezza: che Dio ha dotato ogni creatura, non solo le umane, di una dignità inviolabile; che a Dio si perviene operando per custodire, far fiorire e quando serve ricomporre una
fraternità umana universale, all'interno di una più ampia
fraternità naturale e cosmica.
Antiumano, anticristiano
Come questa nuova sensibilità debba
tradursi in vita vissuta, è compito che ogni fedele deve avvertire come prioritario, al cospetto degli inquietanti scenari della contemporaneità. Anche volendo astenersi da catastrofismi apocalittici, è a tutti evidente che la
crisi climatica insidia la continuità, se non della specie umana, quantomeno di equilibri che da millenni davamo per scontati. L'estate divenuta minaccia per la salute, anziché stagione di benefica vita all'aperto; colture che ci sfamano da sempre, prosciugate da siccità interminabili; intere regioni, mangiate da incendi incontenibili; nevi perenni che trascinano con sé, sciogliendosi, costoni di montagne e seppelliscono chilometri di vallate, e le vite che vi albergano: tutto ciò, e altro attestato dalle cronache recenti, risuona come
avvertimento terribile ed esplicito. Minimizzarlo è anticristiano, oltre che irresponsabilmente antiumano.
Il negazionismo climatico, malattia senile dell'epoca digitale, in cui il frastuono delle opinioni erode l'autorevolezza della scienza, è ancora meno moralmente ammissibile, per chi si professa credente, se si considera che
a pagare le conseguenze più nefaste delle crisi ambientali
sono gli uomini e le donne più vulnerabili. Il grido della Terra, insegna la recente dottrina sociale della Chiesa,
si intreccia al grido dei poveri: e non solo i valligiani dell'Himalaya, che pagano il tremendo prezzo di un inquinamento che non hanno prodotto, ma anche i disperati disposti a rischiare la vita traversando deserti e mari, pur di sfuggire a un'esistenza da profughi climatici, e persino tanti anziani delle nostre città arroventate, in cui le ondate di calore esasperano la fragilità delle solitudini.
In maniera sistematica
L'
"ecologia integrale" ci insegna a tenere insieme, nelle nostre analisi e nei nostri sforzi di professionisti e volontari della carità, il naturale e l'umano, il fattore ambientale e il tessuto sociale. La campagna per il diritto a un cibo di qualità per tutti, prodotto con criteri sostenibili; la comunità energetica e le sue molteplici ricadute; la raccolta dei rifiuti tessili anche per resistere all'imperativo consumista del
fast fashion: nel nostro piccolo, in Caritas, stiamo sviluppando
esperienze di lavoro solidale, educativo e culturale,
innervate da una forte tensione ecologica.
Dovremo farlo in maniera sempre più sistematica. Non per pigro omaggio allo spirito dei tempi. Ma
per sincero amore a ogni uomo e ogni donna. Fratelli e sorelle in un cantico, che trova senso e armonia nel coro di tutte le (Sue) creature.
Erica Tossani
don Paolo Selmi
direttori Caritas Ambrosiana
Leggi tutto l'inserto Farsi Prossimo sul Segno di ottobre 2026