Scavallata un'estate spossante (clima invivibile, ma anche terremoti e alluvioni catastrofiche, guerre insensate e incessanti, povertà serpeggianti eppure trascurate, la sconsolante corsa a chi si intesta politiche migratorie sempre più restrittive e crudeli), si apre un nuovo anno.
Non lo certifica il calendario, ma la consuetudine di tanti soggetti sociali, educativi, culturali e pastorali, chiamati - da settembre - non semplicemente a riaprire i battenti, ma anche a rimodulare strategie, prassi, obiettivi. Perché intorno il mondo cambia a velocità vertiginosa e con una certa, evidente inclinazione al caos. Dunque è opportuno riflettere su quanto è bene fare e su come conviene farlo. Ma ancora più decisivo è non smettere di interrogarsi sul senso profondo, di un tale fare. E su come aggiornarlo, senza tradirlo.
Tesori vecchi e nuovi
Anche Caritas Ambrosiana, le sue sedi territoriali in Diocesi, le fondazioni a essa collegate, il consorzio Farsi Prossimo e le sue cooperative sociali sperimentano questa duplice tensione: tornare a operare dopo i rallentamenti (non le chiusure!) d'agosto, e nello stesso tempo superare la tentazione del pilota automatico, dell'andiamo avanti come si è sempre fatto. Gli incontri di inizio anno, a cominciare dal convegno delle Caritas decanali, in programma sabato 12 settembre (programma a pagina 8), costituiscono una preziosa occasione di confronto. Non un semplice tagliando. Ma la condivisione di un percorso. E delle sue mete.
Anche sulla base di quanto emerso dalle interlocuzioni sviluppate da quando, un anno fa, abbiamo assunto la direzione dell'organismo, insieme a operatori e volontari ci accingiamo dunque a capire cosa vuol dire essere Caritas, oggi, nei territori ambrosiani. In un contesto che ha le sue dinamiche locali e i suoi problemi specifici. Ma in cui le povertà, le diseguaglianze e le esclusioni risentono di quanto si agita su scala globale. Motivo in più per evitare di affrontarle in maniera puramente operativa e tendenzialmente assistenziale.
Un anno fa scrivevamo, cercando nel nostro piccolo di interpretare gli orientamenti della Chiesa universale: «Vogliamo essere sinodali», cioè adottare uno stile di collegialità, rafforzando l'attitudine a camminare (cioè progettare e decidere) insieme. Oggi intendiamo proporre al "popolo Caritas" un duplice orientamento strategico. Che attualizzi il nostro caratteristico mandato statutario. Come suggerisce la parabola evangelica dello scriba: abbiamo un tesoro, dal quale estrarre cose antiche e cose nuove.
Due priorità strategiche
La prima delle scelte prioritarie, per il futuro Caritas, è l'animazione delle comunità: le fragilità vanno riconosciute come responsabilità condivisa. Il coinvolgimento comunitario deve pertanto rappresentare, per tutti i livelli Caritas, non un'attività tra le altre, ma il processo attraverso cui la carità si fa respiro corale, esperienza ordinaria della vita ecclesiale e civile.
La seconda priorità è l'advocacy: l'ascolto, la conoscenza e l'esperienza maturati nell’incontro faccia a faccia con le persone fragili vanno trasformati in capacità di incidere sulle politiche pubbliche, per lavorare alla riduzione delle ingiustizie che generano povertà ed esclusione. Non un compito da specialisti ma, di nuovo, una responsabilità collettiva.
La "prevalente funzione pedagogica" cui ci sollecita il nostro Statuto cinquantenario non è, in fondo, che un'anticipazione di quanto siamo chiamati a sperimentare oggi, con linguaggi e “forme consone ai tempi e ai bisogni”. Se mai c’è stato un tempo in cui occorre mobilitare le coscienze, ancor prima che le capacità operative, è il tempo caotico che stiamo attraversando.
Erica Tossani
don Paolo Selmi
direttori Caritas Ambrosiana
Leggi tutto l'inserto di Farsi Prossimo sul Segno di Settembre 2026