Sopportare pazientemente le persone moleste


C’è indubbiamente una simpatica ironia nella scelta della tradizione cristiana di collocare, praticamente al termine dell’elenco delle opere di misericordia, quella relativa al vissuto più universale e quotidiano che ci sia: chi può dire di non avere qualche persona che gli chiede un esercizio quotidiano di pazienza e sopportazione? Dunque, abbiamo a che fare con la virtù che sostiene il vivere sociale di tutti e di ciascuno, l’opera in assenza della quale la vita si trasformerebbe immediatamente in un inferno insopportabile. Per tutti, credenti e non credenti. È stata una grande la saggezza quella che ha condotto i padri della chiesa a porre questa opera come sigla finale, come sigillo che se non riassume tutte le altre, nondimeno le lega con un fiocco rosso senza il quale non riuscirebbero a trovare unitarietà.
Ascoltate questa citazione di sant’Agostino che papa Benedetto XVI ha inserito nella sua seconda enciclica dedicata alla speranza: « [Agostino] una volta descrisse così la sua quotidianità: “Correggere gli indisciplinati, confortare i pusillanimi, sostenere i deboli, confutare gli oppositori, guardarsi dai maligni, istruire gli ignoranti, stimolare i negligenti, frenare i litigiosi, moderare gli ambiziosi, incoraggiare gli sfiduciati, pacificare i contendenti, aiutare i bisognosi, liberare gli oppressi, mostrare approvazione ai buoni, tollerare i cattivi e [ahimè!] amare tutti”. “È il Vangelo che mi spaventa” – quello spavento salutare che ci impedisce di vivere per noi stessi e che ci spinge a trasmettere la nostra comune speranza ». (Spe salvi n. 19). E non poter vivere per noi stessi significa imparare uno stile di relazione con gli altri che passa anche attraverso quelle che la spiritualità cristiana chiama “persone moleste”. Uno stile che gioca su due virtù: anzitutto quella si saper “sopportare”, verbo che deriva da un’espressione greca che significa “rimanere saldi”, “portare il peso”, quel peso rappresentato da quanti incontriamo e mostrano la loro inadeguatezza e debolezza; e poi la virtù della “pazienza” che a sua volta è la traduzione di un altro termine greco che si potrebbe tradurre con “magnanino”, “dall’animo grande”, “capace di guardare oltre le singole fragilità, i singoli fallimenti”. Lungi dall’essere sinonimo di debolezza, la pazienza è forza nei confronti di se stessi, capacità di non agire in modo affrettato, attesa dei tempi dell’altro, capacità di supportare l’altro, di sostenerlo e portarlo.
Certo, oggi la pazienza ha perso molto fascino: i tempi frettolosi spingono all’impazienza, al “tutto e subito”, al possesso che non lascia spazio all’attesa. Così come dobbiamo riconoscere che in certe situazioni la pazienza smette di essere una virtù tutte le volte che diventa tolleranza di un sopruso, incapacità di dire “no” di fronte al perpetuarsi di una violenza, di un abuso. Tutto questo per dire che la pazienza è un’arte che non ha nulla a che fare con il subire passivamente. Quella di cui parliamo è piuttosto la paziente ma libera sopportazione nei confronti di chi è fastidioso, antipatico, noioso, lento. Una virtù che altro non è se non la traduzione di quell’amore per il nemico che Gesù non ha mai smesso di ordinare a chi vuol essere suo discepolo (cfr Mt 5,38-48).
Già, ma quando una persona è sentita come molesta? Quando e perchè ci disturba? Quando sentiamo che una persona è insopportabile? Perchè un determinato comportamento di una persona ci infastidisce? E non è che di fronte al fastidio che una persona genera in noi, in realtà ci stiamo come rivelando a noi stessi per scoprire di essere piuttosto noi gli intolleranti, gli schizzinosi, i presuntuosi? E non è che l’incontro con persone difficili da sopportare diventa una strategia attraverso cui il Signore Gesù ci chiede un lavoro su di noi per imparare a conoscere e ad amare il nemico che è in noi, ciò che in noi è molesto, ciò che è insopportabile a noi stessi e che Dio, in Cristo, ha sopportato pazientemente amando noi in modo incondizionato?
 
Roberto Davanzo

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