Consolare gli afflitti


Se le opere di misericordia sono il tentativo di definire i bisogni basilari perché la vita di ogni uomo sia vissuta con dignità, con questa opera veniamo posti davanti ad una delle necessità immateriali che possono essere soddisfatte solo da qualcuno al di fuori di noi stessi. Un’opera che dunque parla della obbligatorietà di una vita sociale, che dice l’imbroglio di ogni prospettiva individualistica. Davanti al dolore, all’afflizione che ci deriva quando ci troviamo in situazioni di lutto, abbiamo bisogno di qualcuno che ci si ponga accanto, che riempia la nostra solitudine, che si dimostri capace di “piangere con chi piange” (Rm 12,15).
Certo, i motivi di afflizione che possono colpirci sono innumerevoli ed è per questo che la qualità di una società emerge laddove essa favorisce una sensibilità diffusa a favore di quanti si trovano nel pianto. Non certo attivando figure di professionisti della consolazione – come si attivano squadre di psicologi in occasione di catastrofi o disgrazie collettive – ma favorendo la cultura della prossimità, di una prossimità da pianerottolo che nessun sistema di welfare potrà mai riuscire ad organizzare.
Se ci poniamo in una prospettiva evangelica, la vera e piena consolazione non apparterrà mai a questa nostra storia, ma semmai a quella che verrà inaugurata dal Messia alla sua venuta. Ed è significativo che l’immagine forse più commovente che esprime la salvezza dei tempi definitivi è quella di un Dio che asciuga le lacrime dagli occhi delle creature umane sofferenti e afflitte (cfr. Apo 7,17;21,4). Un Dio che già il profeta Isaia aveva definito come colui che al termine della storia “eliminerà la morte per sempre e ... asciugherà le lacrime da ogni volto” (Is 25,8).
Nel frattempo che è la nostra storia siamo chiamati ad anticipare questa prospettiva escatologica sulla scia di Gesù di Nazaret che a sua volta ha conosciuto l’afflizione del lutto piangendo la morte dell’amico Lazzaro (cfr. Gv 11,35) e che ha a sua volta consolato chi si trovava nel lutto (cfr. Lc 7,13).
Chiamati ad anticipare l’opera consolatrice di Dio. Ma a farlo a certe condizioni. Ad esempio, riconoscendo che la consolazione, come il dolore e il lutto, ha i suoi tempi. Ascoltando la sofferenza di chi è nel dolore per capire quale sia il gesto o la parola più appropriata al momento. Di certo è necessario guardarsi dalla presunzione di saper e potere consolare, dal delirio di onnipotenza di pensare che il benessere dell’altro dipenda da noi. La consolazione non sarà mai un intervento anestetico. Per questo consolare non sarà mai qualcosa di scontato. Pensiamo a quante volte le parole e gli atteggiamenti di chi porge le condoglianze sono spesso la fiera della superficialità, il trionfo dell’imbarazzo, una specie di doveroso e stucchevole rituale a cui non ci si può sottrarre, ma di cui non si è all’altezza.
La Bibbia ci racconta, attraverso la vicenda di Giobbe, di consolazioni fallimentari: i suoi amici recatisi da lui “per consolarlo” (Gb 2,11) rovinano tutto con parole insensate meritando l’insulto di “consolatori molesti” (Gb 16,2). Lo stesso orante del Salmo 69 arriva a denunciare che “ho atteso consolatori, ma non ne ho trovati”.
Invece, chi ha vissuto un lutto e ha saputo abitarne il dolore, assumerne il vuoto, può umanizzare l’incontro con l’afflitto attraverso una discrezione e un’intelligenza trasfigurata dalla sua propria esperienza. E tale è la forza della consolazione che le parole o i gesti “adeguati” compiuti nei confronti di chi è nel lutto restano scolpiti nella memoria di chi li ha ricevuti come gemma preziosa e rara.
 
Roberto Davanzo

Inoltre, per approfondire l'argomento, presso l'Ufficio Documentazione sono a disposizione una serie di pubblicazioni sulle Opere di Misericordia, clicca qui per vedere.
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