Emilia Romagna. Emergenza e sostegno

«Scegliere insieme di curare la nostra casa comune». È un passo del messaggio che i vescovi dell’Emilia Romagna hanno indirizzato ai fedeli delle loro terre, invitandoli nel contempo «a fare quanto necessario per collaborare con i soccorsi e garantire accoglienza e solidarietà a chi si trova nel bisogno», nei giorni terribili dell’alluvione.

È un’indicazione semplice. E al tempo stesso doverosa e lungimirante. Doverosa, perché la cura del creato (con particolare attenzione ai fattori di condizionamento del clima) è un compito che trova fondamento in quella “ecologia integrale” che deve permeare la quotidianità di ogni uomo e ogni comunità, per stabilire sulla terra rapporti di armonia, tra i viventi, tra gli umani, con la terra, come ampiamente illustrato da papa Francesco nel suo magistero. Lungimirante, perché solo la cura della casa comune, anche se per troppo tempo l’abbiamo considerata solo un costo, consente di prevenire o quantomeno lenire gli effetti peggiori delle tragedie che inevitabilmente la natura violata restituisce, e garantirà all’umanità un futuro non minacciato dall’estinzione, o quantomeno da una precarietà sempre più cronica ed estrema.

La rete Caritas – inclusa Caritas Ambrosiana – si è per l’ennesima volta attivata, dopo le catastrofiche alluvioni di metà maggio, sulla base di questa duplice consapevolezza. Soccorrere gli sfollati, i traumatizzati, i senza casa delle terre emiliano-romagnole e marchigiane, come tante volte fatto in passato per altrettante popolazioni italiane o di altri paesi del mondo, è infatti espressione di una fraternità che il dramma svela e risveglia. Ma la fraternità è anche l’unica prospettiva che possiamo darci per dare speranza alle future generazioni che dovranno abitarlo.

Chini sulle ferite dell’oggi, per cambiare, in una prospettiva di maggior giustizia e sostenibilità, le condizioni di domani. Potremmo sintetizzare così, il ruolo che Caritas e le comunità cristiane, che non sono e non devono ridursi a essere specialiste dell’emergenza, intendono giocare in mezzo a un popolo che soffre. Ascoltandolo senza illudersi di poterlo immediatamente consolare (ci vuole tempo, per superare i traumi, soprattutto quelli interiori), accompagnandolo nel faticoso cammino di riconquista della speranza e di una prospettiva di senso (che sono qualcosa di ben più complesso di una pur impegnativa ricostruzione materiale), imparando a conoscerlo nei suoi bisogni più reconditi e nelle sue componenti più fragili (affinché individui e gruppi sociali già per loro natura vulnerabili non finiscano per essere doppiamente marginalizzati).

Caritas attualizza così la vocazione all’intervento nell’emergenza, che il suo Statuto da mezzo secolo le assegna. Il soccorso non è il fine dell’azione Caritas, ma un’occasione speciale di condivisione con gli uomini brutalmente posti di fronte al loro limite, per imparare a essere sempre più e sempre meglio al servizio dei fratelli, anche nei tempi ordinari, anche quando le vulnerabilità appaiono meno esposte, generalizzate, spettacolari. Le emergenze, insomma, come tempo e spazio, come occasione terribile e propizia per sporcarsi le mani nel fango della sofferenza. Senza silenziare cuore e cervello: che proprio dallo strazio di quel fango devono ricavare lo stimolo e la forza per immaginare un mondo più equo, più giusto, più sicuro, più vivibile per tutti.
 
Luciano Gualzetti

Leggi tutto l'inserto Farsi Prossimo sul Segno di Giugno 2023

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