Oltre il mare - Corridoi umanitari

L’Arcivescovo Delpini al convegno “Non per mare”: «Sulle migrazioni troppa confusione che muove solo emozioni. Dobbiamo costruire con loro un “nuovo noi” per il futuro dell’Italia e dell’Europa»

In due anni coi corridoi umanitari 500 migranti, tra cui 200 bambini, salvati dai trafficanti.

Francesco Marsico (Caritas Italiana): «Una scelta di accoglienza di tutta la Chiesa».

Luciano Gualzetti (Caritas Ambrosiana): «Una sfida culturale per le comunità».

 


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"Oltre il mare - Primo rapporto sui Corridoi Umanitari in Italia"

 







«Mi pare che sul fenomeno migratorio si faccia volutamente troppa confusione che genera solo delle emozioni. In questo modo risulta difficile poter affrontare questo tema all’interno di una visone complessiva capace di guardare ad un futuro promettente dell’Italia e dell’Europa».

Lo ha detto l’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, intervenendo al convegno “Non per mare”, promosso da Caritas Italiana e Caritas Ambrosiana, presso l’Università Cattolica di Milano, per presentare il rapporto sui corridoi umanitari.

«Le migrazioni – ha osservato l’Arcivescovo - sono un fenomeno complesso che fa riferimento a diverse dimensioni: quella del sogno, della fuga, della missione, della temporaneità, della progettualità di vita definitiva o sperimentale o dello sfruttamento. Tutto questo domanda un pensiero comprensivo e articolato, pacato e lungimirante».

«Oltre al soccorso immediato dei migranti dobbiamo chiederci che tipo di società vogliamo costruire con loro in Italia e in Europa. La Chiesa ambrosiana, con il sinodo Chiesa dalle genti, ha riconosciuto di essere fatta di fratelli e sorelle di culture diverse. Ma sento anche il bisogno che tutti insieme costruiamo un ‘nuovo noi insieme con loro’», ha insistito l’Arcivescovo.

«Dobbiamo chiederci che comunità vogliamo costruire. Una comunità che si basa sui muri e i porti chiusi o una che costruisce le condizione affinché gli altri, i migranti, gli stranieri, non diventino come noi, ma parte di noi. Questa è la sfida culturale che abbiamo voluto cogliere aderendo alla proposta dei corridoi umanitari fattaci del Caritas Italiana», ha detto il direttore di Caritas Ambrosiana, Luciano Gualzetti. 

Illustrando il progetto dei corridoi umanitari, Francesco Marsico, responsabile Area nazionale di Caritas Italiana, ha sottolineato che sono stati una scelta di accoglienza ecclesiale e non solo testimoniale di alcune espressioni della Chiesa.

Il rettore dell’Università Cattolica, Franco Anelli, ha sottolineato come in questo progetto abbiano trovato un felice incontro pragmatismo e valori, dimensione ideale e gestione della cose pubblica.

In un video messaggio, trasmesso durante l’incontro, il sindaco Giuseppe Sala ha evidenziato che solo dalla collaborazione tra istituzioni si può vincere la sfida posta dalla migrazione.

Il programma umanitario, avviato in virtù di un protocollo d’intesa, sottoscritto nel 2017, tra la Cei e i ministeri degli Affari Esteri e dell’Interno, insieme alla Comunità di Sant’Egidio, ha consentito fino ad ora l’arrivo in sicurezza in Italia di 500 richiedenti protezione internazionale che vivevano nei campi profughi dell’Etiopia, Giordania e in Turchia. Individuati tra i più vulnerabili, i beneficiari sono stati complessivamente 106 famiglie, nelle quali sono inseriti 200 minori, il 58% dei quali bambini sotto i 10 anni. Giunti in Italia, hanno trovato accoglienza in 47 Caritas diocesane di 17 regioni, in strutture, per lo più appartamenti di parrocchie, istituti religiosi o privati cittadini, presenti in 87 comuni, secondo un modello già sperimentato nella rete diocesana (attraverso il progetto “Protetto. Rifugiato a casa mia” lanciato dopo l’appello del Papa nel 2015), e volto a coinvolgere nell’accoglienza le diocesi, le famiglie, singoli cittadini, le comunità locali, attraverso la messa a disposizione di vitto, alloggio, corsi di lingua, iscrizione scolastica, dei minori, assistenza sanitaria e psicologica nei casi di vulnerabilità rilevati, assistenza legale/amministrativa, avviamento all’inserimento lavorativo.

A due anni dai primi ingressi, (il programma terminerà ufficialmente a fine gennaio 2020) il 97% dei richiedenti asilo giunti attraverso il corridoio umanitario ha ottenuto lo status di rifugiato e il 3% la protezione sussidiaria; tutti i minori in età scolare sono stati inseriti a scuola; il 30% dei beneficiari è inserito in corsi di formazione professionale e 24 beneficiari hanno già trovato un impiego.

I risultati (al momento ancora parziali) sono stati resi possibili dal coinvolgimento di 58 famiglie tutor, 574 volontari, 101 operatori: il loro contributo ha permesso di costruire una rete sociale, di sensibilizzare istituzioni locali, scuole, verso le condizioni e i contesti di vita dai quali i rifugiati stessi provengono; di rendere l’esperienza condivisa a livello comunitario, al fine di accelerare e facilitare i percorsi individuali e familiari di inclusione in Italia.

Secondo gli autori del Rapporto, la chiave vincente per favorire i percorsi di integrazione delle persone è stata la partnership fra soggetti coinvolti a livello locale, a livello politico nazionale e sovranazionale.
 
Il Rapporto passa in rassegna anche le diverse esperienze di accoglienza attivate con il coinvolgimento delle comunità in altri Paesi dell’UE e fuori (ad es, in Canada), per mostrare come, ovunque siano state implementate queste esperienze, hanno riportato risultati soddisfacenti in termini di integrazione dei beneficiari ed hanno evitato i consueti movimenti secondari che spingono i richiedenti protezione internazionale a muoversi all’interno dei paesi europei per raggiungere destinazioni altre da quella di prima arrivo.
Gli esiti ottenuti incoraggiano a concludere che un’Europa che voglia affrontare il complesso fenomeno migratorio attuale non può fermarsi a consegnare la questione nelle mani dei paesi di origine o di transito: sono invece quanto mai necessarie alternative davvero credibili ai viaggi illegali e che garantiscano la sostenibilità dell’accoglienza attraverso il coinvolgimento delle comunità locali per puntare all’autonomia dei beneficiari e alla coesione sociale.

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