Nei mesi del lockdown, casi sempre più gravi di violenza sulle donne

Nei mesi del lockdown, casi sempre più gravi di violenza sulle donne per lo più straniere.
Gualzetti: «È l’effetto collaterale dell’isolamento sociale: si è alzato il limite oltre il quale si chiede aiuto».
In dieci anni 183 vittime accolte. Oltre la metà ha subito violenza da parte del partner


«Sono sempre più fragili le donne che chiedono aiuto al nostro servizio anti-violenza. Anche nei mesi passati, dove l’emergenza Covid ha costretto le persone a convivenze forzate, esasperando situazioni familiari già compromesse, a colpire non è stato tanto l’aumento di domande, ma piuttosto la grande problematicità delle situazioni. È come se il lockdown avesse ancora di più stretto l’isolamento di queste donne che si fanno avanti solo quando la situazione è ormai ben oltre i limiti di quello che sarebbe accettabile. Tra gli effetti collaterali di questa emergenza sanitaria, c’è anche la deprivazione di relazioni sociali che nessuna piattaforma tecnologica riesce a sostituire. E come sempre a pagarne il prezzo più alto sono le persone più deboli. In questo caso le donne». Lo afferma il direttore della Caritas Ambrosiana, Luciano Gualzetti, alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

I profili delle donne vittime di violenza emergono dai dati raccolti nell’ultimo decennio dal Servizio emergenza Donna (Se.D). Tra il 2011 e il 2019 il servizio ha raccolto più di 1300  contatti (telefonici e via mail); in seguito a questi contatti le operatrici del centro antiviolenza hanno preso in carico e seguito negli anni circa 183 donne.

Le modalità di accesso di queste donne sono molte diversificate: nel 26% dei casi la donna ha contattato direttamente il centro, in altri casi è stata inviata dai servizi della rete (14%) o dalle forze dell’ordine o dai servizi territoriali (8%).

Le donne in carico al Se.D in questi anni sono sia di nazionalità italiana che straniera con un lieve incremento per quest’ultime (circa il 60%). Le donne straniere che si rivolgono al nostro servizio sono maggiormente di origine africana (13%), sudamericana (12%) e asiatica (4%). Un altro dato significativo è legato alle donne appartenenti a paesi dell'Est Europa: Albania, Romania ed Ucraina (il 13%).

Il centro antiviolenza prende in carico donne maggiorenni, delle quali la maggior parte che si rivolge al nostro servizio ha tra i 21 e i 50 anni (82%). Solo l’8% delle donne ha un’età compresa tra i 18-20 anni oppure maggiore di 51. L’età media delle donne italiane è di 40 anni, mentre si abbassa a 35 quella delle donne di nazionalità straniera che si rivolgono per la prima al centro antiviolenza.

Delle 183 donne che sono state prese in carico il 34% è disoccupato oppure occupato irregolarmente nel 10% dei casi per cui è stato possibile attivare con loro dei percorsi di autonomia lavorativa (6%).

Nel 58% dei casi l’autore della violenza è un partner o un convivente, nel 16% il maltrattamento è attuato da ex e nel 14% da altri familiari. Nel 7% da persone sconosciute o partner occasionali.

Relativamente alla tipologia di maltrattamenti il 41% delle donne racconta di subire maltrattamento psicologico, spesso associato al maltrattamento fisico (33%) e alla violenza economica. Il 9% ha subito violenza sessuale e il 3% si rivolge al centro perché subisce stalking.

Dai dati del 2019 il 43% delle donne aveva almeno un figlio convivente, un dato importante perché solo recentemente si è cominciato a dare attenzione a questi bambini che sono a loro volta vittime di violenza assistita.

La presa in carico di queste donne ha previsto, oltre a colloqui telefonici ed in presenza, anche l’attivazione a seconda dei casi di percorsi di consulenza legale (21%), di sostegno psicologico all’interno del servizio (10%), di ospitalità in case all’interno della rete di Milano (19%) e fuori dalla rete (27%). Infine, per un lavoro di rete maggiore, il 33% delle donne è stato agganciato ai servizi sociali territoriali del Comune di Milano.


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