Kenya: la testimonianza di sister Rachel



Non è facile mettere per scritto in “mezza pagina” (come mi  è stato richiesto) la mia esperienza con i ragazzi che venivano per il servizio civile nella San Joseph Cafasso Consolation House, in Kenya.

Tuttavia, guardando indietro affiorano nel mio cuore tanti nomi, tanti volti, tanti sentimenti. Fin dall’inizio, la presenza dei volontari ha suscitato entusiasmo, gioia, ma anche tanti interrogativi, sia nei nostri ragazzi sia nella parrocchia e nell’ambiente della Kamiti Prison, luogo dove si svolgeva il loro servizio.
Vedere quei giovani che lasciavano il loro paese (con le loro comodità, diceva la gente) per andare a condividere un anno della loro vita con ragazzi carcerati  ed ex-carcerati non lasciava indifferente nessuno.
E si chiedevano: “Come mai questi wazungu (europei) sono, non solo pronti a dare dei soldi, ma addirittura, a dare se stessi, loro tempo e risorse per questi ragazzi per cui nessuno di noi muoverebbe un dito?” Ed erano sempre attenti a tutto ciò che loro facevano e dicevano.

Fra tanti ricordi, mi viene in mente un fatto particolare che aveva suscitato grande stupore fra la gente del posto. Nei primi anni, nella Cafasso house, avevamo un grossissimo problema, la mancanza d’acqua. Quindi, quotidianamente, bisognava andare a prenderla all’interno della YCTC (carcere minorile) e quando neanche lì c’era, bisognava andare fino ad un fiumiciattolo, tutte e due distante 500 metri circa dalla nostra casa. Di solito i nostri ragazzi caricavano le taniche di cento litri sulle carriole, e andavano giù per i sentieri sassosi a cercare quel prezioso bene. Emanuele e Stefano, i nostri primi volontari, si univano ai nostri ragazzi in questo faticoso ma indispensabile compito.
La gente li guardava sbalordita, non potevano credere che quei giovani europei potessero fare quell’umile servizio, e addirittura, farlo con gioia! C’è da dire che quello era uno dei tanti lavori che i carcerati facevano ogni giorno, andare a prendere l’acqua e portarla alle case dei loro guardiani.
 
Inoltre, il fatto che questi giovani non avessero paura di sporcarsi le mani, ha in qualche modo sgretolato quell'infondato, ma molto radicato pregiudizio o stereotipo che hanno molti africani: i bianchi non fanno lavori manuali, non faticano, insomma, non si sporcano le mani! Pian piano anche i nostri ragazzi hanno cominciato a percepire il lavoro non più come una punizione, ma piuttosto come un’attività attraverso la quale potevano provvedere al loro proprio sostentamento, un’attività che gli ridonava dignità, che li rendeva più umani!
 
Comunque, sono convinta che il contributo più grande che i ragazzi e le ragazze che hanno fatto il servizio civile da noi alla Cafasso house e nella YCTC in Kamiti prison, è stato l’aiutare i nostri ragazzi ad accettare se stessi, con i loro limiti e le loro risorse, proprio perche li hanno amati ed accettati così come erano. Il fatto che questi giovani volontari erano disposti ad accompagnarli, senza pregiudizi, nel loro percorso, condividendo la fatica, tendendoli una mano amica ad ogni caduta o fallimento, e celebrando ogni loro piccola conquista, faceva si che ritrovassero quella fiducia in se stessi che credevano ormai persa per sempre.

Sebbene sono via dal Kenya già da un po’ di tempo, vorrei prendere questa opportunità per ringraziare, ancora una volta, Caritas Ambrosiana per aver sostenuto la Cafasso House, facendo si che quel sogno diventasse realtà, e in modo particolare voglio ringraziarvi per tutti i ragazzi del servizio civile che ci avete inviato, per la professionalità con cui li avete formati, seguiti, e sostenuti.

E’ stato un onore avervi come partner!

Sister Rachael Soria
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