Sudan: la crisi umanitaria più grave

Il 15 aprile 2026 la guerra entra nel suo quarto anno, dopo tre anni segnati da violenze diffuse, atrocità impunite e dalla più grave crisi umanitaria e di sfollamento al mondo. Il conflitto prosegue senza reali prospettive di cessate il fuoco in un contesto fluido e in continua evoluzione.
 
Dopo la conquista di El-Fasher (Darfur settentrionale) da parte delle Forze di Supporto Rapido (RSF) nell’ottobre 2025, l’epicentro del conflitto si è spostato verso il Darfur meridionale e il Kordofan. La città di El Obeid appare come prossimo obiettivo delle RSF. A gennaio 2026 le forze governative hanno riconquistato Kadugli (Kordofan meridionale) e rotto l’assedio di Dilling.
 
Il conflitto oppone Abdel Fattah al-Burhan (SAF) e Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti” (RSF), già protagonisti del golpe del 2021. Le RSF, eredi delle milizie Janjaweed, sono implicate in gravi crimini, in continuità con quanto accaduto in Darfur negli anni 2000. La popolazione civile è la principale vittima, colpita da violenze diffuse soprattutto a Khartoum, Darfur e Kordofan.
 
Particolarmente grave il massacro di El-Fasher (ottobre 2025): dopo 18 mesi di assedio, oltre 2000 persone sono state uccise in meno di 24 ore, inclusi pazienti e personale sanitario. Oltre 100.000 persone sono fuggite verso aree vicine o in Ciad. Le Nazioni Unite denunciano crimini di guerra, uso della fame come arma e violenze sessuali sistematiche. Un rapporto ONU del febbraio 2026 identifica elementi di intento genocidario contro gruppi non arabi (Zaghawa, Fur).
 
Attualmente il conflitto sembra evolvere verso una divisione territoriale: le RSF controllano Darfur e l’ovest, mentre le forze governative mantengono la capitale, l’est e Port Sudan. Il rischio è una frammentazione permanente del Paese.



La catastrofe umanitaria in Sudan


La crisi umanitaria sudanese è la più grave al mondo: 33,7 milioni di persone dipendono dagli aiuti, mentre oltre 25 milioni soffrono di grave insicurezza alimentare. Solo una persona su cinque tra i bisognosi riceve assistenza alimentare.
La carestia è già presente a Kadugli e probabilmente a Dilling, con alto rischio in molte aree del Darfur e del Kordofan. L’accesso umanitario è fortemente limitato o bloccato, in violazione del diritto internazionale, aggravando ulteriormente la crisi.
 
Il conflitto ha causato la più grande crisi di sfollamento globale: 11,8 milioni di persone (1 su 4) hanno lasciato le proprie case, di cui 7,3 milioni sfollati interni e 4,5 milioni rifugiati nei Paesi vicini. I rientri registrati nel 2025 non hanno migliorato la situazione, a causa della distruzione diffusa.
 
Il sistema sanitario è collassato: il 70% delle strutture non è operativo. Donne e bambini sono i più colpiti: 17,3 milioni di bambini necessitano assistenza, oltre 7 milioni sono sfollati e più di 13 milioni non frequentano la scuola. Violenze, reclutamento forzato e separazioni familiari sono diffusi. La violenza di genere è aumentata drasticamente (+288%).
Sul piano sanitario, si registra una grave epidemia di colera (oltre 100.000 casi sospetti e 2.500 morti nel 2025), oltre alla diffusione di malaria e dengue. I disturbi mentali sono molto diffusi, ma meno del 15% dei rifugiati ha accesso a supporto psicologico.

Lo sforzo umanitario resta sottofinanziato: nel 2025 è stato coperto solo il 38,7% dei fondi richiesti. Per il 2026 il piano è finanziato appena al 12,7%, limitando gravemente gli interventi.
 

L’impatto della crisi in Sudan nei Paesi confinanti


La crisi ha causato 4,5 milioni di rifugiati nei Paesi vicini. Il Sud Sudan ospita circa 1,3 milioni di persone, in un contesto già fragile segnato da conflitti interni, crisi alimentare e alluvioni. L’arrivo dei rifugiati aggrava le tensioni e aumenta il rischio di una nuova guerra civile.
Il Ciad accoglie circa 1 milione di rifugiati, mentre l’Egitto ha ricevuto circa 1,5 milioni di sudanesi, oltre ad altri flussi dal Medio Oriente. Uganda, Etiopia e Repubblica Centrafricana ospitano circa 200.000 rifugiati.
In Libia si registra un forte aumento degli arrivi (550.000 persone), con un incremento del 260% nel 2025. Oltre due terzi dei rifugiati sono donne e bambini, anche se in Libia la percentuale di uomini è più elevata.
Nel complesso, la crisi sudanese sta contribuendo a destabilizzare l’intera regione, aumentando il rischio di un conflitto regionale su larga scala.

 

L'impegno di Caritas Ambrosiana in Sudan


In accordo con Caritas Italiana, l’impegno di Caritas Ambrosiana, si concentra sul Ciad:
 
1)IL CORAGGIO DELLE DONNE 
Il progetto “Il coraggio delle donne di fronte alla crisi umanitaria in Sudan” nasce in risposta all’afflusso costante di rifugiati sudanesi, costretti a fuggire da conflitti e instabilità. La promozione dell’orticoltura come strumento essenziale ha soddisfatto i bisogni alimentari, ha generato reddito e favorito una maggiore autonomia economica e sociale. 
In 14 mesi di attività sono stati creati 61 gruppi di donne impegnate nella produzione di legumi, composti da 1.128 capifamiglia, di cui il 92% donne, che rappresentano 5.640 beneficiari diretti. Sono stati realizzati 51 pozzi, dotati di 51 motopompe, forniti 1.806 attrezzi agricoli e distribuiti 277,16 kg di sementi selezionate. 
Nato come iniziativa pilota, dopo 14 mesi il progetto è diventato un modello di riferimento per altre organizzazioni. Nonostante le difficoltà legate a cambiamenti climatici, crisi economica e insicurezza in Ciad, i risultati positivi ottenuti sono più rilevanti delle problematiche affrontate 
Questa esperienza ha permesso ai responsabili e all’equipe di Caritas Mongo di vivere la fatica e la soddisfazione di essere vicini a chi ha perso tutto.
 
Intervento in corso di attuazione e con possibilità di ampliamento
 
2) PERFORAZIONE DI POZZI PER ACQUA POTABILE: “L’ACQUA È VITA” 
 
Il progetto si basa sull’idea che il pozzo e la relativa pompa siano beni comuni da gestire collettivamente e responsabilmente. Prima della realizzazione, la comunità o l’organizzazione beneficiaria versa un contributo simbolico di 300 €, dimostrando impegno e partecipazione futura
A causa della natura del terreno, sia roccioso che sedimentario, gli interventi e i costi variano. Tuttavia, l’acqua potabile resta una necessità primaria per la popolazione locale e la sua assenza chiama in causa direttamente il Vicariato Apostolico e Caritas Mongo. 
Con la cifra di 84.000 euro raccolta ad oggi, negli ultimi mesi di stagione secca sono stati realizzati 8 pozzi su terreno sedimentario e 7 su terreno roccioso a beneficio di 15 villaggi.
 
Intervento in corso di attuazione e con necessità di sostegno economico più urgente
 
3) EMERGENZA ALIMENTARE PER I PROFUGHI A TINE’ 
 
L'intervento di emergenza e assistenza alimentare presso il campo di transito Tinè è iniziato il 19 gennaio 2026, con una durata iniziale prevista di due mesi a causa della mancanza di dati specifici sulla situazione. Il progetto si è adattato all'evolversi del conflitto, grazie all'equipe di Caritas Mongo inviata sul posto: inizialmente oltre a kit protettivi (coperte, materassini, zanzariere) e kit da cucina e indumenti, soprattutto per i minori, sono stati serviti pasti caldi a circa 1.600 persone, cifra aumentata fino a 4.500 nella quarta settimana, inclusi 1.650 minori non accompagnati. Successivamente, con la rilocalizzazione di oltre 2.400 rifugiati, il numero di assistiti è diminuito a meno di 2.000 nell'ottava settimana. 
In totale, fino al 20 marzo 2026, in 63 giorni, sono stati distribuiti 120.400 pasti caldi, superando ogni aspettativa sia in termini di impegno che di costi. Caritas Mongo ritiene fondamentale proseguire l’impegno contando sul sostegno di molti, nonostante le risorse siano ancora insufficienti.



L’impegno di advocacy


Prosegue l’azione della società civile sudanese, delle Chiese e della rete Caritas per promuovere pace e diritti umani. La Conferenza Episcopale del Sudan e Sud Sudan (novembre 2025) ha chiesto il ritorno al dialogo, mentre Papa Leone ha più volte invocato cessate il fuoco, protezione dei civili e accesso umanitario.
A livello internazionale e italiano sono state avviate campagne, iniziative pubbliche e momenti di sensibilizzazione. Centrale resta il ruolo delle Emergency Response Rooms, rete di volontari che fornisce assistenza di base e rappresenta spesso l’unico supporto per la popolazione. Il movimento civile continua a chiedere un ritorno a un governo civile e maggiore coinvolgimento nei processi diplomatici.

Le richieste al governo italiano


Di fronte alle evidenze sul sostegno esterno alle parti in conflitto, le organizzazioni chiedono all’Italia misure concrete: sospendere le esportazioni militari verso Paesi coinvolti, revocare autorizzazioni a rischio, promuovere iniziative diplomatiche e corridoi umanitari, garantire e aumentare i fondi per gli aiuti.
Si chiede inoltre ai media italiani di mantenere alta l’attenzione sulla crisi sudanese, condizione essenziale per rompere il silenzio, accrescere la consapevolezza pubblica e favorire azioni concrete a tutela della popolazione civile.

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Causale: Emergenza Sudan - Interventi per i profughi in Ciad


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