La quaresima del “noi” *

L'appello della quaresima è personale. Ma è anche collettivo, dimensione un po’ persa dopo l’ubriacatura sessantottina del “tutto è politica”. In un passo del profeta Gioele letto all’inizio di quaresima così è scritto: "suonate il corno in Sion, proclamate un solenne digiuno, convocate una riunione sacra". Ma può ancora la quaresima, avere una risonanza collettiva, essere un fatto di popolo: "Radunate il popolo, indite un'assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti”? Può la quaresima avere ancora oggi una dimensione corale? Al tempo del profeta Gioele c’era bisogno di una convocazione universale, di un colpo di reni di popolo: devastata la campagna, la terra in lutto, la vite diventata secca, marciti i semi sotto la terra, i granai vuoti, esaurito il vino nuovo, esaurito l'olio, gli alberi secchi e, conclusione delle conclusioni, amara ma anche attuale: "È venuta a mancare la gioia tra i figli dell'uomo". Non dico che il nostro sia un tempo peggiore di quello del profeta, però è anche vero che a livello collettivo, di società civile ed ecclesiale, ci succede di osservare con sgomento quanto sta accadendo. Al punto che si fatica ad indicare una speranza. Come se i problemi fossero – lo dico con estremo rispetto - solo quelli del lavoro e delle tasse. Come se assistessimo a una sorte di resa collettiva, come se da una palude simile non ci si potesse nemmeno immaginare di uscire, o quasi non ci si dovesse neppure indignare, "perché da che mondo è mondo" si dice "le cose vanno così". “Sono tutti uguali”, si commenta pensando ai politici, di scandalo in scandalo. Come se non si potesse ritornare a una terra diversa, a un'umanità diversa. Disarmati rispetto alla percezione che forse quello che abbiamo costruito non è proprio il miglior mondo possibile, ma insieme indisponibili a metterlo in discussione, forse per paura di perdere qualche privilegio, qualche comodità acquisita.
Respira invece in molte letture di quaresima una fiducia nella possibilità di un cambiamento, di un ritorno o se volete di una conversione. "Convertitevi", "ritornate", stesso verbo in ebraico. Ed è significativo che l’appello è al plurale.
Ebbene, è di questa dimensione collettiva della conversione che oggi vorrei parlare. Come se fossimo chiamati in questo momento a reagire con energia. Nella trasparenza, nella ricerca del bene comune. Cosa dimenticata. A cui ritornare. Coralmente!
Perché, vedete, se l’appello alla conversione è sempre individuale (“convertiti e credi al vangelo” ci siamo sentiti dire nell’imposizione delle ceneri), non possiamo ignorare che c’è sempre una qualche responsabilità collettiva della società e della Chiesa, rispetto ai comportamenti inaccettabili dei singoli.
Consentitemi due esemplificazioni.
La prima riguarda l’episodio di due mesi fa accaduto allo stadio di Busto Arsizio quando un giocatore di colore di una squadra milanese fu ripetutamente oggetto di sfottò e cori razzisti. Ci siamo scandalizzati, i responsabili sono stati identificati. Ora c’è il processo. Ma il processo riuscirà a riconoscere che le responsabilità individuali si appoggiano anche in anni durante i quali si è tollerato che esponenti illustri della politica italiana si esprimessero nei confronti degli immigrati in modo volgare, rivolgendo loro epiteti sprezzanti, anni nei quali si è speculato sulle ansie e le paure degli italiani e si sono costruire fortune elettorali sulla chiusura verso gli immigrati, senza temere conseguenze di sorta? A seminare vento, poi si raccoglie tempesta.
La seconda è legata alla recente celebrazione del “giorno della memoria”, alla commemorazione della shoà di fine gennaio. Sappiamo bene come dietro a quella catastrofe ci fosse l’ideologia neo pagana del nazismo, sappiamo bene come la Chiesa e diversi cristiani si adoperarono per salvare gli ebrei perseguitati. Ma non possiamo ignorare che quella strage venne da mani battezzate, che nei secoli come Chiesa abbiamo tollerato sentimenti antigiudaici attribuendo agli ebrei di ogni epoca e di ogni latitudine la responsabilità della morte di Gesù, al punto che nella preghiera del venerdì santo – fino al Concilio – ci rivolgevamo al Signore per i “perfidi giudei”.
 
Chiudo. Le responsabilità individuali del male non possono essere taciute, ma c’è una responsabilità collettiva che va altrettanto segnalata. La Chiesa, la società, ogni aggregazione umana, ogni partito, ... devono assumere questa consapevolezza: i comportamenti dei singoli dipendono anche dal modo con cui la ricerca del bene comune diventa o meno l’oggetto preponderante da perseguire. A fronte di comportamenti inaccettabili e immorali dei singoli, ogni realtà collettiva deve verificare il suo eventuale coinvolgimento e, nel caso, attivare autentici percorsi di conversione.
 
don Roberto Davanzo

* Sono debitore per questo articolo ad una meditazione di don Angelo Casati, amico e maestro.


Disponibile per il download l'inserto "Farsi Prossimo" di marzo 2013 de "Il Segno".

La pagina dedicata agli editoriali del "Farsi Prossimo" si trova qui.

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