La forza della misericordia

La forza della misericordia
 
Il prossimo 11 maggio ci sarà la consueta raccolta diocesana di indumenti usati. Il tema individuato, come spiegato nell’inserto dello scorso mese di marzo, è quello del carcere. Con i proventi finanzieremo alcuni progetti, di cui si parla nelle pagine che seguono.
Ma lo scopo, prima ancora che una raccolta di fondi, è quello di portare l’attenzione su questo tema, quindi che se ne parli. E vorrei parlarne a partire da una figura emblematica, presente nel vangelo di Luca, testimonianza che nulla è impossibile a Dio: quella di Zaccheo. Era un peccatore per la legge ebraica (collaborava stabilmente con i romani invasori e pagani), ma era un caso disperato anche secondo lo stesso insegnamento di Gesù (è più facile che un cammello ...).
Malgrado questo la salvezza quel giorno entrò nella casa di Zaccheo: non c’è uomo troppo rovinato cui non possa capitare qualcosa di bello nella sua vita. E già questa notizia che scaturisce dalla vicenda di Zaccheo diventa impegno arduo per quanti si dichiarano discepoli di Gesù: come guardiamo alle persone malvage, come giudichiamo i responsabili di comportamenti inaccettabili? Di fronte a certi fatti di cronaca come reagiamo? C’è spazio per la misericordia nei nostri ragionamenti?
 
La seconda considerazione la raccolgo da un verbo che fa da cornice all’episodio di Zaccheo, il verbo “cercare”. Si dice che Zaccheo “cercava di vedere Gesù” e poi alla fine Gesù commenta che “il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ...”. Si parla di un atteggiamento che non è solo dell’uomo che non si accontenta di quello che possiede e di quello che vive. Si parla anche dello stile di Dio stesso. Ci stupisce che Zaccheo fosse un uomo in ricerca: lo penseremmo tronfio e contento della sua vita, del suo benessere. Ma ci stupisce ancora di più l’immagine di un Dio che a catechismo abbiamo imparato a definire “onnisciente” e che invece non sa tutto e vuole sapere ciò che passa nel cuore dell’uomo. Dunque, a noi viene la proibizione di ogni giudizio implacabile e senza appello, di ogni atteggiamento di sicumera nei confronti delle persone, specie nei confronti di quelle che si comportano male.
 
A questo punto viene da chiedersi: che cosa riesce a convincere chi agisce con malvagità a cambiare comportamento? Quali strategie dunque mettere in atto perché le nostre relazioni e la stessa società possano diventare più umane?
Zaccheo sapeva bene che il suo stile di vita non era buono. Non solo per motivi religiosi (collaborava con dei pagani) ma anche per motivi umani (era ladro e in più se ne approfittava della sua posizione di forza verso i contribuenti). Chissà quante volte aveva avvertito su di sè lo sguardo fulminante dei concittadini, i sussurri maligni, le maledizioni mugugnate. Ma tutto questo non lo aveva indotto a cambiare, nemmeno la minaccia di finire arrostito tra le fiamme dell’inferno.
Zaccheo cambiò vita solo nel momento in cui avvertì su di sè uno sguardo diverso, quello che Gesù gli riservò quando, dal basso verso l’alto, incontrò i suoi occhi tra le foglie del sicomoro. A far cambiare persone e situazioni non sono gli occhi che fulminano o inceneriscono, ma quelli in cui vedi baluginare fiducia, tenerezza e misericordia.
 
Questo è il modo di agire di Dio, che fin dall’inizio del suo pontificato Papa Francesco ci ha richiamato con forza. Dio è misericordioso e la misericordia cambia il mondo. Questo dunque deve essere il modo di agire della Chiesa, sull’esempio di Gesù, la misericordia incarnata.
Immaginare una giustizia solo vendicativa, punitiva, vuol dire assecondare la logica demoniaca che vuole spaccare le relazioni tra gli esseri umani, indebolire la società, frantumare le comunità. Di fronte ad un comportamento sbagliato e inaccettabile non basta il linguaggio della punizione e del castigo. Bisogna imparare quello della ricostituzione della comunione che è stata infranta.
 
Usciamo dalla Chiesa e traduciamo tutto questo a livello di società civile. Non è possibile che ci sia voluta la denuncia dell’Unione Europea per renderci conto della inaccettabilità del sovraffollamento delle nostre carceri. Così come non è tollerabile che le condizioni di vita negli istituti di pena diventino argomento elettorale che gioca sulla paura dei cittadini (che succede se poi i delinquenti escono dalle carceri?), senza aiutare i cittadini a rendersi conto che in questo modo le persone escono peggio di come sono entrate e che solo quelli che godono di misure alternative sono realmente messe in grado di decidere di cambiare vita.
Argomenti razionali, non di fede.
Ma se almeno i cristiani – che hanno anche la fede – fossero capaci di partire da Zaccheo e arrivare ad un modo diverso di rapportarsi con chi si comporta in modo malvagio, tutta la società certamente ne guadagnerebbe.
 
Don Roberto Davanzo
 

Disponibile per il download l'inserto "Farsi Prossimo" di maggio 2013 de "Il Segno".

La pagina dedicata agli editoriali del "Farsi Prossimo" si trova qui.

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