Beati gli operatori di pace

È questo il titolo che Papa Benedetto ha voluto per la 46esima Giornata Mondiale della Pace, per ricordare – almeno a quanti si dichiarano cristiani – il dovere di sentirsi tutti responsabili riguardo alla costruzione della pace. Le beatitudini non sono selezionabili a piacimento mettendo nel carrello della spesa quelle che ci paiono più conformi alla nostra sensibilità.

Le beatitudini vanno “comprate a pacchetto” dal momento che rappresentano i tratti dell’umanità di Gesù che siamo chiamati a riprodurre nella nostra esistenza in modo globale e non settoriale. Fare la pace è un’azione a caro prezzo che ti chiede di sconfiggere le infinite forme di inimicizia, ma senza annientare il nemico, mai rispondendo al male col male, ma cercando sempre di rispondervi col bene. Ma non possiamo fermarci a proclamare “beati gli operatori di pace”. Bisogna completare con il “perchè” di questa beatitudine che ci ricorda che costoro “saranno chiamati figli di Dio”. Affermazione importante e inquietante: se il motivo per cui siamo stati creati è quello di entrare a far parte della famiglia di Dio, di diventare suoi eredi, allora intuiamo che essere esclusi da questa beatitudine, non essere considerati di famiglia in “casa Trinità”, significa fallire su tutti i fronti, significa rendere nullo il disegno di bene che Dio ha su di noi dal momento in cui ci ha pensati.

“Operare la pace” non è qualcosa di facoltativo nella vita del cristiano: c’è di mezzo la sua identità, la sua capacità di mostrare il volto dell’unico Dio esistente. Certo, Dio è Padre di tutti gli uomini, ma non tutti meritano di essere chiamati e riconosciuti tali: gli operatori di pace sì! Quanti si impegnano in verità per la pace assomigliano infatti a Dio, collaborano con lui alla realizzazione del suo piano per l’umanità.

Sappiamo bene invece come il volto vero di Dio sia stato deturpato. Dai soldati dell’esercito nazista che avevano stampato sul cinturone il blasfemo “Gott mit uns” (“Dio è con noi”), alle più recenti e frequenti richieste di benedizione delle “proprie” armi da usare contro il nemico, testimonianza dell’eterno sogno di tutti i popoli di imprigionare Dio nei propri schemi e nelle proprie case sicuri di averlo dalla propria parte, ovviamente contro un’altra parte. Avere Dio dalla propria parte, avere dei modi per garantirselo e avere dei modi per dimostrarlo agli altri (in ogni modo): tutto questo il Signore lo rifiuta. Entrare in questa logica è quanto di più facile per essergli estranei, altro che figli! Oggi facciamo fatica – come Caritas, ma non solo – a richiamare al valore della pace, a promuovere scelte di disarmo, a sostenere la cultura del dialogo, dell’interposizione, della diplomazia. Facciamo fatica a evitare che certe battaglie appaiano “di parte”, quasi che la pace non sia più considerato un bene comune, ma un motivo di divisione anche all’interno della Chiesa.

Facciamo fatica a parlare di disarmo senza essere bollati di “sinistrismo”, così come risulta pressochè impossibile affrontare la questione dei cappellani che svolgono il loro ministero nelle forze armate e del loro essere parte della gerarchia militare. La riflessione che ci offre Benedetto XVI all’inizio di un nuovo anno è di ampio respiro. Operatori di pace sono coloro che amano, difendono e promuovono la vita nei suoi molteplici aspetti: nella fragilità del suo sbocciare, attraverso la realizzazione di una effettiva libertà religiosa, nel contrasto di quelle ideologie liberiste che “insinuano il convincimento che la crescita economica sia da conseguire anche a prezzo dell’erosione della funzione sociale dello Stato e delle reti di solidarietà della società civile”, favorendo un nuovo modello economico,...

Concludo. È bello che questa 46esima Giornata della Pace cada nell’anno in cui, oltre a ricordare i 50 anni del Concilio Vaticano II, si celebrano i 50 anni dell’enciclica – l’ultima – di Giovanni XXIII intitolata “Pacem in terris”, scritta nella primavera del 1963 mentre la guerra fredda sembrava aver diviso per sempre il mondo in due blocchi contrapposti. Malgrado il clima lugubre dettato anche dalla crisi di Cuba, il “Papa buono” si ostinava a vedere in positivo il filo rosso che attraversava quel momento storico e indicava i binari per l’edificazione di una pace autentica. Da quell’enciclica rubo un frammento che vorrei lasciare a mo’ di augurio di inizio anno: “A tutti gli uomini di buona volontà spetta il compito immenso di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà ... tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da un parte e dall’altra la comunità mondiale. Compito nobilissimo: quello di attuare la vera pace nell’ordine stabilito da Dio” (cfr. n. 87).

Don Roberto Davanzo


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