La carità del dialogo, la carità e il dialogo

Questo articolo è “retroattivo”, vuole gettare uno sguardo sul mese di gennaio, appena trascorso, che non è solo il mese dedicato al tema della pace. Da alcuni decenni è diventato, per i cristiani, anche il mese del dialogo, una delle eredità più stimolanti ed impegnative del Concilio Vaticano II. Dal 18 al 25 si celebra l’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani e recentemente il 17 gennaio è diventata la giornata per il dialogo ebraico-cristiano. Vorrei dunque dedicare queste riflessioni al tema del dialogo visto come una forma moderna di carità, come un modo per declinare il servizio da parte di operatori che quotidianamente incontrano uomini e donne fedeli di altre religioni o confessioni cristiane. L’Anno della fede che tutta la Chiesa sta vivendo e la riflessione sulla “nuova evangelizzazione” rappresentano l’orizzonte in cui collocare questo tema. Dobbiamo imparare l’arte del dialogo non solo come virtù finalizzata ad una pacifica coabitazione, ma come atteggiamento di fondo per poter parlare del vangelo di Gesù. Così si esprimeva Papa Paolo VI: «Bisogna, ancor prima di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore dell'uomo; comprenderlo, e per quanto possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo. Bisogna farsi fratelli degli uomini nell'atto stesso che vogliamo essere loro pastori e padri e maestri. Il clima del dialogo è l'amicizia. Anzi il servizio» (Ecclesiam Suam, n. 90).
Da sempre siamo stati istruiti rispetto al fatto che “la carità non deve essere un mezzo in funzione di ciò che oggi viene indicato come proselitismo. L'amore è gratuito; non viene esercitato per raggiungere altri scopi” (Benedetto XVI). Ma questo non ci autorizza ad ignorare il dovere di costruire, con le persone che si rivolgono a noi, una relazione che preveda anche una mutua conoscenza ed un reciproco arricchimento. Sempre Papa Benedetto ricordava come “l'azione caritativa” non possa “per così dire, lasciare Dio e Cristo da parte”. Riterrei dunque auspicabile che quanti operano nei diversi servizi di Caritas - dai Centri di Ascolto alle comunità di accoglienza, dai guardaroba ai doposcuola, ... - affinassero sempre più l’arte del dialogo, unitamente alla consapevolezza di dover offrire alle persone in difficoltà non solo prestazioni sociali, ma ultimamente il “perché” di questo nostro impegno, la nostra fede nel Signore Gesù. Senza forzature, coscienti che la prima ed essenziale condizione affinché un dialogo sia fecondo è quella della libertà religiosa, del rispetto per ogni persona perché possa aderire liberamente alla propria religione. Certo, parlare di dialogo significa anche auspicare reciprocità (specie nell’ambito delle libertà fondamentali e, tra queste, la libertà religiosa). Tuttavia da parte cristiana non la possiamo porre come conditio sine qua non del dialogo. Il dialogo cristiano è fatto di amore gratuito e preveniente che non si arresta e non si misura sul grado di risposta dell’interlocutore.
Ecco perché parliamo di una “carità del dialogo”: perché siamo convinti che il vero amore per l’altro debba passare attraverso l’ascolto delle sue ragioni, della sua storia, delle sue convinzioni e che deve prevedere – per quanto possibile – l’offerta delle nostre ragioni, del nostro modo di concepire la vita, di ciò che appare più caro ai nostri occhi. Diversamente la carità si esaurirebbe in una serie di prestazioni incapaci di mettere in relazione profonda le persone. Una carità che ci lascerebbe reciprocamente estranei.
Ecco perché “la carità e il dialogo” andranno sempre tenuti insieme: se vogliamo sconfiggere una carità a senso unico nella quale noi siamo i “buoni” che aiutano i “poveri”, se crediamo in una carità capace di arricchire e cambiare la vita di chi la esercita, allora non possiamo che favorire una “carità parlata” dove la mia parola si incontra con quella di chi ho davanti a me e diventa relazione, e diventa dia-logo.

Don Roberto Davanzo

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