I nuovi poveri. La gente della zona rossa

Nel corso del 2020, le misure assunte per rallentare la corsa del Coronavirus hanno avuto uno spiacevole effetto collaterale: l’aumento delle persone incapaci di provvedere ai loro bisogni primari e che hanno chiesto aiuto alla Caritas per fare la spesa, pagare le bollette del gas e della luce, l’affitto, la rata del mutuo. Gli “impoveriti da Covid”, come con una definizione sbrigativa ma in ogni caso efficace, si sono aggiunti alle persone gravemente emarginate e ai poveri cronici.

Sono entrate a far parte di questa nuova categoria di disagiati molte vittime della Grande Crisi del 2008. Uscite allora dal mercato del lavoro, non ci erano mai più entrate ma erano riuscite nel frattempo a rimanere a galla aggrappandosi alle opportunità offerte dal sottobosco dei “lavoretti”. Parcheggiatore abusivo, idraulico, imbianchino e all’occorrenza elettricista, colf e badante in nero. Una varietà di attività improvvisamente spazzate via dal primo lockdown ma che il Covid si è incaricato di farci sapere quanto fossero fondamentali per un numero non piccolo di persone persino nella capitale economica del Paese.

In altri casi chi è stato messo con le spalle al muro dal blocco delle attività economiche, invece, un lavoro vero e proprio ce l’aveva. Ma lo stipendio reale che percepiva al netto degli straordinari, magari pagati fuori busta, era in realtà molto misero, al limite della sussistenza. Cosicché quando è arrivata la cassa integrazione (spesso con un clamoroso ritardo, specie quella in deroga affidata alle Regioni), si è ritrovato con un pugno di mosche in mano. È quello che è successo, per esempio, a tanti camerieri, cuochi, lavapiatti, custodi di albergo. Lavoratori poco qualificati ma che avevano trovato, specie a Milano, in queste mansioni una chance di integrazione.

Che è stata non solo economica ma anche sociale per tanti immigrati che negli anni, proprio grazie a questi lavori, erano riusciti ad inserirsi, magari anche a ricongiungere le famiglie, facendo arrivare dai propri paesi di origine mogli e figli.

Infine si sono aggiunti ai bisognosi di assistenza coloro che a dispetto del blocco dei licenziamenti, il lavoro lo hanno già perso. Lavoratori ai quali le aziende non hanno rinnovato i contratti a termine durante il lockdown di primavera o quello “a geometria variabile” dell’autunno. In genere professionisti nei settori degli eventi o dello spettacolo, anche della salute e del benessere. Settori che sono stati prosciugati in questi mesi lasciando a terra chi vi era impiegato in condizioni più precarie. Persone spesso giovani: dai montatori dei palchi agli addetti alle luci; dal fisioterapista all’istruttore in palestra.

L’aumento vorticoso delle richiese di aiuto alla Caritas Ambrosiana ha ridisegnato gli identikit dei bisognosi di assistenza, mettendo in piena luce il popolo che viveva nel retrobottega della Milano da vetrina dei successi, dei primati, delle eccellenze.
Una Milano, quella dei primi della classe, di cui siamo andati fieri e grazie alla quale aveva trovato cittadinanza anche l’altra, quella più fragile, che ha risentito più duramente dei colpi della crisi economica innescata dall’emergenza sanitaria.

Tuttavia, in vista dei prossimi mesi che potrebbero rivelarsi ancora più duri sul fronte sociale, la questione con la quale occorre fare i conti è se possiamo accontentarci di un modello di sviluppo che accresce i patrimoni nelle mani di chi già li possiede, e lascia a chi ha nulla o poco di più, le briciole delle briciole.
L’illusione che la trasmissione della ricchezza avvenga dai piani alti a chi sta in basso per “sgocciolamento” cioè per forza d’inerzia, come ci dice anche papa Francesco nella sua ultima enciclica “Fratelli tutti”, è giunta davvero al capolinea.
 
Luciano Gualzetti

Leggi tutto l'inserto di Farsi Prossimo sul Segno di febbraio 2021

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