Una politica giusta per i deboli. Sarà la volta buona?

Correva l’anno 2018 – e sembra passato un secolo per i tempi della politica italiana – l’estate era appena finita e l’allora vicepremier Luigi di Maio annunciava dal balcone di Palazzo Chigi, tra un tripudio di bandiere 5 stelle, che la povertà era stata abolita.

Si è visto come è andata. Il reddito di cittadinanza si è incagliato.

Lo strumento rivoluzionario si è arenato nelle secche del sistema burocratico italiano e alla fine ha deluso le aspettative di tanti che avevano riposto in quell’aiuto le loro speranze. Ha tagliato fuori intere categorie di poveri e ha, talvolta, persino favorito qualche approfittatore. Potremmo rivendicare il merito di averlo previsto e denunciato quando gli altri esultavano. Potremmo ricordare che al governo avevamo consigliato di fare tesoro delle esperienze passate. Che avevamo suggerito di migliorare le misure già previste dal precedente esecutivo piuttosto che inventare di sana pianta un sistema del tutto nuovo. Che avevamo raccomandato di usare prudenza di fronte ad un problema così complesso e, come dicono gli esperti, multidimensionale, e che proprio perché presenta tante sfaccettature diverse bisogna sapere da quali cominciare, analizzando caso per caso, senza automatismi.

Come si può chiedere ad una mamma sola con un bambino di accettare un contratto, pena la perdita del sussidio, se nel frattempo non ci si preoccupa del figlio che dovrà lasciare a casa?
Come si può pensare di assegnare un reddito di cittadinanza ad un senza tetto se la legge sulla residenza anagrafica è disattesa dalla maggioranza dei comuni, per cui quelle persone risultano invisibili ai servizi pubblici?
Come si possono ancora una volta discriminare gli immigrati, frapponendo tra “noi e “loro” un ulteriore elemento di divisione, quando invece sarebbe più conveniente per tutti includerli, trattarli da cittadini al pari degli altri, rendendo per loro desiderabile l’integrazione che tanto pretendiamo? Tuttavia limitarsi a sottolineare che l’avevamo detto sarebbe una ben magra consolazione. Siccome, invece, gli operatori della Caritas sono persone concrete, che non si limitano a denunciare che le cose non vanno, ma cercano di aggiustarle, ci siamo in questi mesi rimboccati le maniche.

Proprio a metà dicembre siamo finalmente riusciti a siglare un accordo con l’Inps e l’Anci. L’intesa tra l’istituto di previdenza e l’associazione nazionale dei sindaci prevede la presenza a rotazione - presso i comuni come nelle strutture assistenziali dei servizi di Caritas e altre realtà - di funzionari Inps dotati di computer portatile che informeranno i cittadini sui loro diritti e potranno anche raccogliere le domande di prestazioni, incluso il reddito di cittadinanza, il principale strumento di contrasto alla povertà. Si tratta di un significativo passo in avanti per tanti motivi. Il primo è di ordine culturale. Finalmente si torna a parlare di diritti dei poveri non solo dei loro bisogni. Poi si fa qualcosa per garantire alle persone in difficoltà l’accesso a quelle misure sociali previste dalle norme ma delle quali non usufruiscono spesso perché le ignorano. Infine si ripristina quel dialogo tra istituzioni e terzo settore che un approccio statalista aveva messo da parte.

Il privato sociale, con tutti i suoi limiti, è una delle risorse di questo Paese. Il progetto “Inps per tutti” ci pare un significativo cambio di passo. Ci auguriamo stavolta di potere continuare in questa direzione con questo o un altro governo.   
 
Luciano Gualzetti


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Del Direttore: 
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