Emergenza casa. Sfrattati dal coronavirus


Sempre più inesorabilmente la pandemia ci sta costringendo a vedere quei nodi della nostra vita sociale che per ignavia abbiamo per troppi anni ignorato. Naturalmente lo sta facendo con più evidenza, là dove più profonde sono le contraddizioni, ovvero nelle aree metropolitane.
A Milano, dove opera Caritas Ambrosiana, l’osservazione sul campo dei nostri operatori lo mette chiaramente in luce. Nei primi mesi della crisi sanitaria, durante il lockdown e la parziale riapertura della fase due, è emerso con prepotenza il tema del lavoro, precario e sottopagato.
Nelle tante badanti, camerieri, lavapiatti, addetti alle pulizie, in coda davanti agli Empori della Solidarietà, dove si fa la spesa gratis, abbiamo visto quali drammatiche conseguenze può comportare non ricevere più lo stipendio anche solo per un mese, o ricevere in ritardo una cassa integrazione calcolata su un stipendio base al limite della sussistenza che, per di più, non si poteva più arrotondare con quei lavoretti in nero resi impossibili dalle norme sanitarie. Ora sta venendo alla luce una vecchia questione, ancora più drammatica, perché molto più difficile da affrontare: la casa.

Dalle richiese di aiuto che sono giunte ai nostri servizi possiamo dire che tra aprile ed agosto, in 5 mesi, sono state un migliaio le persone che si sono ritrovate in strada a causa della crisi sociale innescata dal Covid. Almeno un terzo di questi (314) è costituito da immigrati, in genere uomini, che non hanno più potuto pagare il posto letto negli appartamenti che condividevano con i propri connazionali. Gli altri sono famiglie di origine straniera ben integrate arrivate anni fa nella nostra città per ricongiungersi al marito o alla moglie che avevano fatto da apripista. Una parte minoritaria ma non irrilevante è formata da italiani, in genere giovani coppie in condizioni economiche molto precarie che non hanno retto al contraccolpo dell’improvvisto arresto economico.

Si tratta, evidentemente, solo della punta dell’iceberg di un fenomeno rilevante e, per la verità, anche facilmente prevedibile in una città come Milano dove il mercato delle locazioni è inaccessibile anche a redditi normali (l’affitto medio di un monolocale sfiora le 700 euro e quello di un bilocale 900) e il sistema della case popolari è cronicamente bloccato (ogni anno si liberano circa mille alloggi a fronte di 25mila domande).

Gli “sfrattati dal Covid”, mi si passi l’espressione, si aggiungono naturalmente a coloro che una casa non ce l’hanno mai avuta. Prima di tutto i senza tetto, che tra l’altro, non possono più nemmeno contare sui dormitori, la cui recettività, a causa delle misure sanitarie per contenere la pandemia, è stata dimezzata. Per non parlare poi di un’altra categoria di persone che soffrono cronicamente di disagio abitativo: i rom. I quali in diversi quartieri della città proprio nei mesi della pandemia per proteggere loro stessi dal virus hanno abbandonato le tende e le baracchine dove abitualmente vivevano per occupare abusivamente alloggi sfitti, alimentando da un lato il racket (esiste un tariffario che varia tra i 500 e i mille euro che si pagano a chi individua l’appartamento e consente la presa di possesso), dall’altro creando tensioni con gli inquilini regolari.

Affrontare la questione della casa sarà una priorità nei prossimi mesi in particolare a Milano. Ma è inutile nascondere che non sarà facile trovare delle risposte efficaci nell’immediato. Anche le misure di emergenza, di solito adottate per affrontare i mesi freddi dell’inverno, saranno difficili da praticare, perché non sarà possibile semplicemente aumentare i posti letto. Occorrerà fantasia per intraprendere strade nuove e molto senso di responsabilità. La città questa volta più che mai non potrà essere lasciata sola.
    
Luciano Gualzetti

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