Lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Ora risposte concrete. Urgenti.

La crisi è stata un terremoto sociale: ha aperto una faglia dentro la quale sono finiti quelli che avevamo definito “equilibristi”, ovvero le persone che stavano sospese sulla soglia della povertà. Oggi sono proprio loro, in genere italiani ultra cinquantenni, che stanno facendo più fatica a risalire dal baratro in cui sono caduti. Queste persone sono anche quelle più impaurite, più esposte ai messaggi, che hanno maggiori difficoltà a entrare nel mercato del lavoro e per questo vanno aiutate a recuperare il reddito, come si sta iniziando a fare con i nuovi provvedimenti del Governo che valuteremo con attenzione. Subito dopo vengono i giovani che hanno lavori così precari e intermittenti che non riescono a sostenere i costi degli affitti, tantomeno accendere un mutuo, specie nelle aree urbane. Per loro andrebbe fatta innanzitutto una politica della casa all’altezza della situazione. La riflessione emerge dall’analisi dei dati contenuti nella quindicesima edizione del Rapporto sulle povertà nella diocesi di Milano elaborati dal nostro Osservatorio diocesano delle povertà e delle risorse. Dati, numeri, cifre che parlano chiaro perché frutto di un incontro. L’incontro quotidiano dei nostri operatori Caritas con chi manifesta loro un bisogno.  Una rete di assistenza che nella sola diocesi di Milano è composta da più di 370 centri di ascolto. E che ci dice, con preoccupazione che nell’ultimo anno, sono aumentati in misura considerevole i gravi emarginati.
Qualche riflessione in più. La crisi che morde le famiglie si riflette nel numero degli italiani che si sono rivolti a Caritas. Sono loro a mostrare il disagio più acuto e la minore capacità di resilienza. Cresce anche il numero degli italiani che oggi coprono il 40% degli utenti. A rivolgersi meno ai centri di ascolto sono soprattutto le donne immigrate anche perché con la crisi sono diminuite le famiglie che si rivolgevano a loro per far fronte al bisogno di assistenza domestica e di cura dei propri cari. Certo, verrebbe da dire, se si abbandonano le persone in stato di povertà, saranno queste le prime a cadere nel tranello di chi gli dice che c’è qualcun altro che gli ha portato via il poco che aveva. I centri di ascolto, come detto in precedenza, sono 370 in tutta la diocesi e continuano a crescere: il che dimostra la volontà della Chiesa di stare accanto a chi soffre. Ma da soli non possiamo farcela: bisogna che la politica dia le risposte; predicare, invece, la guerra tra i poveri serve solo a far esplodere tensioni e conflitti specie nei quartieri periferici più difficili e tra le persone già in difficoltà. La sicurezza è certamente una priorità, ma l’esperienza insegna che sono i presidi sociali la risposta più efficace: in alcuni caseggiati considerati off-limits da tutti, ci sono operatori sociali che insieme alle famiglie più volonterose di quegli stessi quartieri fanno un’opera straordinaria che andrebbe sostenuta anche con finanziamenti.
Ricordo fra tutti le belle esperienze dello ‘Stanzino’ in Via Quarti al quartiere Baggio e la ‘Locanda di Gerico’ alla Bovisa, che rappresentano uno stile di presenza che ha promosso legami di fiducia in contesti ritenuti a rischio di conflitto sociale.
Pensieri, questi, che, come dicevo, emergono dai dati e che destano grande preoccupazione.
In un solo anno, tra il 2014 e il 2015, è cresciuto del 21,3% il numero dei senza tetto che si sono rivolti al SAM, il servizio accoglienza milanese. Un dato che trova conferma a livello nazionale dall’Istat secondo cui proprio nel 2015 è stato registrato il picco più alto degli ultimi 10 anni di povertà assoluta con 4,5 milioni di individui (1 milione e 582 mila famiglie) che non riescono ad accedere al paniere di beni e servizi essenziali. Inoltre chi cade nella povertà sempre più difficilmente si rialza e quindi resta intrappolato nel circuito dell’assistenza: le persone che sono tornate per almeno due anni di seguito nello stesso centro di ascolto per chiedere aiuto sono state oltre la metà degli assistiti (51,2%) nel 2015, mentre all’inizio della crisi, nel 2008, erano meno di un terzo (32,1%). 
La povertà condanna i più deboli in una condizione di disagio che si protrae per sempre più tempo. Nel 2015 le persone senza lavoro continuano ad essere la maggioranza degli assistiti (56,2%), ma ciò che colpisce è l’incremento delle persone con problemi di reddito che dall’inizio delle crisi sono passate dal 40,5% al 53,4%.
 
Otto anni di crisi hanno cambiato profondamente la composizione sociale degli assistiti da Caritas Ambrosiana. Per quanto gli italiani rimangano ancora la minoranza degli utenti, il loro numero è cresciuto del 21,6% durante l’intero periodo ed oggi rappresentano ben il 37% degli assistiti. Sono diminuite le donne che passano dal 68,9% nel 2008 al 56,8% del 2015, diretta conseguenza del calo degli stranieri. Inoltre in generale la popolazione che chiede aiuto è invecchiata.  Benché la metà degli assistiti dai centri Caritas sia in piena età lavorativa (25-44 anni), la loro presenza all’interno del campione negli otto anni considerati è scesa di 4 punti percentuali, a favore delle classi di età immediatamente successive (45-54 anni e 55-64 anni). In particolare i 45-54enni sono passati dal 19,5% al 23,2%, i 55-64enni dall’8,4% al 12%.
 
Numeri, difficili da assimilare. Ma che esigono risposte urgenti. Non solo di chi, come Caritas ogni giorno cammina a fianco dei poveri, ma anche di coloro che hanno responsabilità di governo e istituzionali.
 
Luciano Gualzetti


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