Irrequieta. Vittima del proprio successo. L’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, parlando al “popolo Caritas”, e un noto giornalista, Ferruccio De Bortoli, scrivendo sul più prestigioso quotidiano cittadino (e nazionale), di cui era stato direttore, così hanno definito Milano a inizio novembre. L’hanno fatto in riferimento a temi sempre più al centro del dibattito pubblico: l’abitare che si fa difficile anche per i ceti medi, le fratture sociali tra chi può permettersi la “città premium” e che ne è espulso, l’affermarsi (con tanto di riconoscimenti internazionali) di una cultura del bello, del lusso e dell’esteriore, che rischia però di velare, se non di minare, la laboriosità solidale, l’intraprendenza inclusiva che Milano per decenni, addirittura per secoli, ha vantato, con discrezione, come proprio marchio distintivo.
Se la verticalità dei grattacieli snobba (anziché integrarla) l’orizzontalità delle relazioni di quartiere, se invece del coeur in man la cifra della metropoli diventano le cinque, se non sei stelle delle decine di hotel destinati a ospitare carovane di turisti sempre più danarosi e frettolosi, abbiamo un problema. Mica solo milanese, peraltro. E mica solo odierno. Basti pensare a quanto è successo a New York, dove alla carica di sindaco è asceso un giovane pressoché sconosciuto, fino a pochi mesi prima, avendo avuto il coraggio di brandire il tema dell’affordability (“economicità”, “convenienza”, in definitiva “accessibilità”) della città che attrae con le sue mille luci ma respinge con i suoi costi e la sua spietatezza. E basti pensare a quanto riportava, quasi duemila anni fa, un cronista mediorientale a proposito di una donna costretta a partorire il figlio in una stalla, «perché non c’era posto per loro nell’albergo».
Ogni giorno Natale: sta a noi
Chissà se la Betlemme dei tempi di Luca era lacerata dalle disuguaglianze profonde e drammatiche che segnano, oggi, i grandi teatri urbani. E in generale le società di un’epoca, la nostra, in cui a un singolo capitano d’industria i soci dell’azienda concedono un “piano di remunerazione” da mille miliardi di dollari, se centrerà determinati obiettivi, mentre 700 milioni di persone nel mondo vivono in condizioni di povertà estrema, potendo disporre di meno di 2,15 dollari al giorno.
Nessuno di noi ha il potere di rovesciare, d’un sol colpo, le “strutture di peccato” che, ricorda papa Leone nella Dilexi te, l’esortazione apostolica scritta “a quattro mani” con il suo predecessore Francesco, generano ingiustizie e povertà. Tutti noi, però, abbiamo il duplice potere di chiedere alla politica di provare a correggerle, quelle strutture, e di costruire pratiche di condivisione che rendano davvero accessibili a tutti le città che, insieme, abitiamo.
Un esempio di come esercitare questo duplice potere? La condizione di milioni (4) di anziani non autosufficenti, e molti altri parzialmente tali, che vivono nel nostro paese. Per sostenerli, possiamo chiedere intanto di provvedere alla riforma del sistema di assistenza loro dedicato, prevista dalla Legge delega 33 del 2023, per attuare la quale, però, nemmeno la Legge di bilancio 2026 prevede stanziamenti e provvedimenti tangibili. Mentre sollecitiamo governo e parlamento, d’altro canto, possiamo bussare alla porta di un vicino di casa, dedicare mezzora ad alleviare la sua solitudine, raccogliere lo sfogo di un figlio alle prese con la dura condizione del care giver.
Molte sono le povertà (di risorse, di diritti, di relazioni) che rendono le nostre città inaccessibili. A chi non riesce a trovarvi posto. Ma anche a chi, standovi dentro, rischia di essere dimenticato nella sua nicchia di abbandono. Sta a noi gestire l’albergo: se sapremo farlo con uno stile di fraternità e accoglienza, sarà ogni giorno un buon Natale.
Erica Tossani
don Paolo Selmi
direttori Caritas Ambrosiana
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