Camminare insieme. È la radice etimologica, il significato più antico di un termine che ha assunto un’inedita centralità, nella Chiesa contemporanea. Sinodo, sinodalità: parole che sembrano appartenere a un lessico da addetti ai lavori. Ma che, in realtà, significano una cosa semplice: nella Chiesa c’è e ci dev’essere spazio per la fede e per la voce di tutti, ci si deve sforzare di rispettare e aspettare il passo di ciascuno, la gerarchia non deve tradursi in separazione, la responsabilità in privilegio, il ministero dell’autorità in mero esercizio di potere. Non ci devono essere fratture: qualcuno che determina e altri che subiscono, qualcuno che corre avanti e altri che restano indietro.
Camminare insieme. Vale per la Chiesa, che negli ultimi anni ha vissuto e sta vivendo un suo intenso e partecipato percorso sinodale, dal livello universale a quelli diocesani e territoriali. Vale per le comunità civili e le realtà sociali, il “mondo” di cui i cristiani sono a pieno titolo cittadini, pur avendo – come ricordava quasi duemila anni fa la Lettera a Diogneto – “cittadinanza in cielo”. Dovrebbe valere pure per le realtà istituzionali, anche se l’indebolimento delle democrazie, degli organismi di cooperazione e delle pratiche di multilateralismo, che vediamo all’opera di questi tempi, non è una notizia molto incoraggiante, per chi sogna un’umanità capace di dirigersi verso mete condivise, di libertà, di giustizia, di pace per tutti.
In chiave di collegialità
Il contesto, insomma, non sempre appare recettivo. Ma proprio l’avventura e la fatica del camminare insieme alimentano lo spirito con cui abbiamo accettato di guidare Caritas Ambrosiana, accogliendo la richiesta dell’Arcivescovo di Milano. Una guida condivisa, per la prima volta nella storia dell’organismo: dimostrazione plastica – almeno nelle intenzioni, faremo di tutto per esserne all’altezza! – di come anche i ruoli apicali di un’organizzazione possano essere concepiti, sin dall’inizio, in chiave di collegialità. Quattro occhi possono vedere meglio di due, quattro mani possono pilotare meglio di due: soprattutto, l’unità di intenti, la direzione che assumerà il cammino e il successo dell’impresa possono essere garantiti meglio, cercando sin dal principio di fare sintesi di diversi punti di vista, di accordare sensibilità, di intrecciare storie, di armonizzare voci, di valorizzare differenze.
È uno stile di lavoro (condiviso e partecipativo) che intendiamo imprimere a tutti i livelli dell’organismo che il Vescovo ci ha chiesto di guidare dallo scorso 1° settembre. Custodendo in modo dinamico, al passo con le sfide dei tempi, il tesoro preziosissimo che i direttori nostri predecessori (sino a Luciano Gualzetti, da cui tanto abbiamo imparato, stando al suo fianco come vice negli ultimi due anni) hanno saputo accumulare in 50 anni di storia Caritas a Milano e nei territori ambrosiani. Competenze e conoscenze, professionalità e gratuità: migliaia di operatori e volontari inseriti in uffici, centri di ascolto, sportelli di consulenza e orientamento, servizi di accoglienza e cura, percorsi di educazione e animazione, progetti di sviluppo e strutture di risposta alle emergenze, che sono gestiti non solo dall’organismo pastorale Caritas, ma anche da associazioni, fondazioni, cooperative, consorzi. Un sistema ramificato, solido e dai tanti frutti: che avvertiamo la trepidazione di dover guidare. Con la gioia di chi sa che si arriva al posto giusto, quando si cammina insieme.
Erica Tossani
don Paolo Selmi
direttori Caritas Ambrosiana
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