Milano? Molto attraente (per turisti, uomini di affari, costruttori e fondi di investimento). Ma poco accessibile (alla gente comune) e con troppe disuguaglianze. Così monsignor Mario Delpini, a inizio agosto, confidava al Corriere della Sera le sue preoccupazioni per la città di cui è arcivescovo. Estendendo sguardo e preoccupazioni all’intera regione, le dieci Caritas diocesane di Lombardia sono giunte – tenuto conto delle inevitabili specificità territoriali – a conclusioni molto simili. Condensate nel rapporto Dare casa alla speranza, presentato nella sede di Caritas Ambrosiana il 17 ottobre, Giornata mondiale di lotta alla povertà.
Il tema del diritto a un abitare dignitoso è un tema cruciale per chiunque operi in ambito sociale, a favore di persone in povertà. Come insegnano le esperienze housing first, assicurare un alloggio significa assicurare una piattaforma di stabilità e certezze (anche psicologiche e morali), capace di sostenere ogni genere di percorso di inclusione e riabilitazione. Ma la questione non riguarda solo chi è finito ai margini. Problemi abitativi di vario genere corrodono la vita e la serenità di gruppi sociali sempre più vasti. Trovare una casa conforme alle proprie possibilità di reddito, accendere un mutuo e onorarne le rate, pagare puntualmente un affitto, sostenere gli aumenti di utenze e spese condominiali, prevenire uno sfratto o affrontare le complesse procedure della sua esecuzione, accantonare risorse sufficienti ad affrontare lavori di riqualificazione o ristrutturazione: situazioni snervanti, che mettono alla prova molte persone e famiglie non necessariamente povere o vulnerabili, non rispondenti all’identikit dell’indigente conclamato.
Muovere gli immobili
In un paese in cui le politiche per la casa appaiono insufficienti, per non dire latitanti (da decenni non si varano Piani Casa organici) e in cui le misure esistenti appaiono quantomeno ondivaghe (come dimostra il mancato finanziamento, ormai da tre anni, del Fondo affitti nazionale), la Lombardia non rappresenta un’eccezione. Anzi. Le “storie di successo” di molte delle sue aree urbane – scintillanti vetrine del consumo, dinamiche piazze d’affari, creativi teatri di rigenerazione urbana, ambite mete di turismo –, e le dinamiche finanziarie e immobiliari che tali storie innescano, finiscono paradossalmente per esasperare i problemi di chi si accontenterebbe di vivere una vita ordinata in una casa ordinaria.
Tra i tanti problemi che si agitano sul pianeta-casa, Caritas si trova spesso a dover affrontare quelli connessi agli affitti. Difficile ottenere contratti, quasi impossibile (soprattutto nelle aree urbane) spuntare prezzi ragionevoli, arduo sostenere il peso di canoni che arrivano spesso a superare il 40% delle entrate personali o famigliari. Esperienze di mediazione, tra locatore e locatario, non mancano (diverse condotte anche dalle Caritas o da soggetti a esse riconducibili), ma non incoraggiate e sostenute in modo strutturato dal quadro normativo e istituzionale.
Dare casa alla speranza significa oggi, tra le azioni possibili, provare a “Muovere gli immobili”, come suggerisce l’indagine delle Caritas lombarde: ovvero recuperare l’inutilizzato e rendere abituale e permanente il lavoro di chi si mette in mezzo, tra proprietari e affittuari, offrendo garanzie non tanto e non solo economiche, ma di monitoraggio e accompagnamento sociale, in modo da vincere la tendenza a lasciare troppe case senza famiglie, e troppo famiglie senza casa. Un’impresa che richiede l’impegno di tanti soggetti, istituzionali, privati, del terzo settore. Le Caritas ci sono, convinte che le città possano essere autentiche comunità: più attraenti se accessibili, più dinamiche se inclusive, più capaci di successo se capaci di convivenza.
Erica Tossani
don Paolo Selmi
direttori Caritas Ambrosiana
Leggi tutto l'inserto Farsi Prosimo sul Segno di Novembre 2025