2023. Si riparte dalla solidarietà

Una chiamata da record. Il prossimo bando per il Servizio civile universale metterà a disposizione il maggior numero di posti per i giovani 18-28 anni (71.741 operatori volontari) da quando l’esperienza esiste in Italia.

È significativo che tale dato sia emerso proprio nei giorni in cui si è fatta memoria dei 50 anni della prima legge sull’obiezione di coscienza e il servizio civile, la legge 772, cosiddetta “Marcora”, che fu approvata in via definitiva dal Parlamento il 15 dicembre 1972. È il segno di una storia che continua e si rinnova: storia segnata dall’impegno e dalla passione di tanti giovani per forme non violente e pacifiche di “difesa della Patria”, che finalmente, dopo battaglie culturali di decenni, furono riconosciute in pieno accordo con l’articolo 52 della nostra Costituzione. Il servizio civile, alternativa al militare, è infatti non un ripiego, bensì una forma di difesa innovativa, che mette la dignità delle persone e le comunità al centro dell’agire dei giovani.

In tempi di guerra tornata a noi vicina, Caritas insieme alla diocesi di Milano (in particolare Fom, Csi e Pastorale giovanile) intende provare a mostrare ai giovani che anche nel mondo attuale, nel quale il ricorso alle armi e agli eserciti sembra di nuovo assurgere a unico regolatore delle relazioni tra individui e popoli, la pace è un approdo faticoso ma possibile. Lo strumento militare, per quanto legittimato ed entro certi limiti inevitabile di fronte a un’aggressione, non è garanzia di costruzione di pace. Che va perseguita orientando la coscienza di ogni uomo alla fraternità, all’inclusione, alla giustizia. Una sfida, ereditata dagli obiettori di coscienza, in particolare da coloro che pagarono di persona la propria scelta, che non va lasciata cadere.

Il nostro compito è dunque attualizzare, e avere il coraggio di proporre anzitutto alle nostre comunità e ai giovani che le abitano (ci lavoreremo concretamente già dai primi mesi del 2023), il valore di scelte profetiche fatte nel recente passato dalla Chiesa e valide oggi alla luce del magistero di papa Francesco. Non siamo antistorici, vediamo che in Ucraina è in corso un’aggressione. Ma siamo convinti che lo strumento delle armi non sia l’unico né il migliore, per ristabilire la vera pace.

Nel suo messaggio per la 56ª Giornata mondiale della pace, celebratasi il 1° gennaio, papa Francesco afferma che «avendo toccato con mano la fragilità che contraddistingue la realtà umana e la nostra esistenza personale, possiamo dire che la più grande lezione che il Covid-19 ci lascia in eredità è la consapevolezza che abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, che il nostro tesoro più grande, seppure anche più fragile, è la fratellanza umana, fondata sulla comune figliolanza divina, e che nessuno può salvarsi da solo».
A tale consapevolezza, a ben vedere, ci conduce anche l’amarissima lezione di 10 mesi di guerra in Ucraina.

E allora, se rinunciamo noi a ricordare che esistono strade alternative e praticabili, fondate sul Vangelo e sull’incontro con i poveri e le vittime, per regolare l’uso della forza, per gestire i conflitti, per creare condizioni di vero sviluppo per tutti i popoli, per sostenere il dialogo e la riconciliazione, chi altro lo farà?
 
Luciano Gualzetti

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