Paolo VI: beato della carità

Stendo queste note di ritorno da Roma, dopo aver partecipato alla cerimonia di beatificazione di Papa Paolo VI, sempre più convinto della geniale grandezza di questo uomo di Dio che dobbiamo ricordare almeno per tre motivi: essere stato il primo vescovo di Milano dopo la fine della II guerra mondiale, aver portato a compimento l’opera del Concilio Vaticano II, aver costituito la Caritas in Italia.
Non ci appartiene l’idea di una Chiesa fatta di straordinarie figure carismatiche. Piuttosto quella di un “popolo di Dio” che cammina lungo la storia in mezzo alle sue contraddizioni e miserie. Ed è proprio per questo che il servizio svolto da Giovanni Battista Montini alla Chiesa e al mondo merita risalto, gratitudine e memoria, non essendo sostenuto da una figura “mediatica” e appariscente, ma semmai schiva e tormentata.
Dunque, il primo motivo di gratitudine: l’aver preso per mano la Chiesa di Milano ed averla accompagnata tra il 1954 e il 1963. Possiamo solo immaginare quanta lungimiranza, quanto equilibrio e chiaroveggenza fossero necessarie per guidare una Diocesi come la nostra a pochi anni dalla fine della guerra, ormai lanciata in quel miracolo economico di cui tutta l’Italia fu protagonista. Dalle macerie della guerra il Paese si risollevava, ma contemporaneamente si ponevano le premesse di una profonda trasformazione dell’essere Chiesa e del modo di credere. Iniziava un nuovo mondo, con prospettive e tensioni inedite. Del modo in cui il Card. Montini fu Arcivescovo di Milano mi piace qui ricordare l’indizione della “missione” cittadina intitolata “Dio Padre” destinata a scuotere i tiepidi e a raggiungere la gran massa dei lontani che già allora si stimava attorno al 60% dei milanesi.
Ecco allora il secondo motivo per essere grati di questa “beatificazione”: Paolo VI fu il Papa che, dopo aver esultato come Vescovo di Milano per l’indizione del Concilio Vaticano II da parte di Papa Giovanni, lo portò a termine, contribuendo a delineare la fisionomia di una Chiesa in grado di interloquire a pieno titolo con un mondo, una politica, una cultura che si stavano letteralmente ribaltando. Pensate: il Concilio durò dal 1962 al 1965, “anticipando” i venti del ’68 francese. Negli anni in cui si chiudeva la dissoluzione dei grandi imperi coloniali, ad un anno dalla fine del Concilio, Paolo VI pubblicò un documento, la Populorum Progressio, che traduceva le sensibilità del Vaticano II sul fronte della visione ecclesiale dello sviluppo dei popoli, coniando l’espressione che ancora oggi mantiene una straordinaria attualità: “lo sviluppo è l’altro nome della pace”.
Dunque, il terzo motivo per una memoria grata e responsabilizzante riguarda il fatto di consideralo “nostro” fondatore. Già nel 1950, da Prosegretario di Stato in Vaticano, promosse l’istituzione di un organismo che prenderà il nome di Caritas Internationalis che potesse godere di un “robusto prestigio rispetto alle Nazioni Unite e rispetto all’intera gerarchia cattolica” ed insieme favorire un maggiore coordinamento delle iniziative internazionali di carità della Chiesa. Venne poi il 1971 quando - anche su impulso della riflessione conciliare – Papa Paolo VI diede vita alla Caritas Italiana e attraverso diversi interventi mise in luce come la carità, senza mai sostituirsi alla giustizia, sarà sempre necessaria come stimolo e completamento. Di qui l’intuizione del valore di una “carità politica” e della dimensione comunitaria della carità che non può permettere deleghe. Ascoltiamo le sue parole: “Una crescita del popolo di Dio nello spirito del Concilio Vaticano II non è concepibile senza una maggiore presa di coscienza da parte di tutta la comunità cristiana delle proprie responsabilità nei confronti dei bisogni dei suoi membri”.
Di qui la prevalente funzione pedagogica della Caritas che “non si misura con cifre e bilanci ma con la capacità che essa ha di sensibilizzare le chiese locali e i singoli fedeli al senso e al dovere della carità in forme consone ai bisogni e ai tempi”.
Accanto all’animazione della carità il Papa pose con chiarezza la funzione del coordinamento: “Senza sostituirsi alle istituzioni già esistenti in questo campo, questo nuovo organismo si presenta come l’unico strumento ufficialmente riconosciuto a disposizione dell’Episcopato italiano per promuovere, coordinare e potenziare le attività assistenziali nell’ambito della comunità ecclesiale italiana”.
Al beato Paolo VI affidiamo allora il cammino delle nostre Caritas parrocchiali, perchè nella loro fatica quotidiana mantengano vivo il riferimento al suo pensiero che sia luce e indirizzo.
 
Don Roberto Davanzo


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