Il dibattito aperto dal disegno di legge che modifica il regime dell'imputabilità dei minorenni, rendendo presunta la capacità di intendere e di volere, che sinora andava provata caso per caso, richiama tutti a una riflessione profonda sul rapporto tra sicurezza, giustizia e responsabilità educativa.
Negli ultimi anni assistiamo con crescente preoccupazione a una narrazione pubblica che tende a individuare negli adolescenti e nei giovani il principale problema della sicurezza. E non solo a una narrazione. Il susseguirsi di interventi normativi rivolti specificamente ai minorenni rischia di alimentare questa rappresentazione, concentrando l'attenzione quasi esclusivamente sul rafforzamento delle sanzioni, invece che sulle cause profonde del disagio.
Norme recenti, a cominciare dal decreto Caivano, hanno inasprito le pene e i percorsi sanzionatori e penitenziari riservati a chi commette reati da minore: l’effetto è non solo un tangibile peggioramento delle condizioni di affollamento e vivibilità delle carceri, ma anche l’indebolimento delle opportunità rieducative riservati ai giovani detenuti. Un danno non solo per la loro vicenda personale, ma anche per la coesione e la sicurezza della collettività.
Un disagio da ascoltare
È una prospettiva che ci interroga. Una società che guarda alle proprie giovani e ai propri giovani anzitutto come a una minaccia finisce per indebolire la propria capacità educativa e per rinunciare a investire sul loro futuro. «La sensazione più profonda che porto con me è che qui vi sia una situazione di sofferenza che raggiunge livelli drammatici e che, così, può diventare violenza verso gli altri e verso di sé – ha commentato l’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, al termine della visita all’Istituto penale per minorenni “Cesare Beccaria”, avvenuta lo scorso 13 luglio, nel quadro di un’iniziativa nazionale della rete “Alleanza per l’articolo 27” –. C’è un disagio profondo che l’intera società non ha il coraggio, forse, di guardare in faccia e non ha i mezzi, o la voglia, di affrontare».
Le ragazze e i ragazzi che commettono reati devono essere chiamati ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni, ma il loro “disagio profondo” è reale, e merita ascolto e cura, non repressione. Hanno sbagliato, ma non possono essere trasformati nel bersaglio privilegiato delle paure collettive, né diventare il terreno sul quale misurare l'efficacia delle politiche della sicurezza. Creare un fronte di giovani etichettabili è una trappola educativa: si generano disuguaglianze, timori e separazioni, basandosi su semplificazioni inaccettabili.
Una responsabilità di tutti
L'esperienza di Caritas Ambrosiana, maturata accanto alle famiglie, alle comunità cristiane, ai servizi educativi e ai territori più fragili della diocesi, ci consegna una consapevolezza: dietro molti percorsi di violenza e di illegalità troviamo spesso storie segnate da povertà educativa, dispersione scolastica, fragilità familiari, disagio psicologico, esclusione sociale e assenza di adulti significativi. Condizioni che non possono essere ignorate se si vuole davvero prevenire la criminalità.
Come ha ricordato il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello, «ogni ragazzo che sbaglia resta anzitutto una persona in crescita, con una storia, delle ferite e delle possibilità. La vera sicurezza nasce da comunità capaci di educare, accompagnare e offrire opportunità, non dall'illusione che il carcere possa sostituire la responsabilità educativa». Sono parole che richiamano una responsabilità che riguarda tutti: istituzioni, famiglie, scuola, terzo settore, comunità cristiane e società civile.
La sicurezza non dipende (solo) dall’efficacia della risposta penale. È anche il frutto di politiche che riducono le disuguaglianze, sostengono le famiglie, contrastano la povertà educativa, offrono spazi di aggregazione, investono nella scuola, nello sport, nella cultura e nei servizi territoriali. Educare richiede tempo, competenze e risorse; punire è la risposta più immediata, ma raramente è sufficiente a interrompere il ciclo della devianza.
Un grave errore pedagogico
La punizione come presunta forma di prevenzione, esercitata dallo Stato o da un’autorità pubblica, si configura come un grave errore pedagogico: usa la forza per contrapporsi e legittima quindi l’uso di metodi duri, anche da parte di coloro che sono puniti. È l’antitesi dei processi di dialogo e quindi di avvicinamento.
Questa tendenza all’inasprimento delle norme e delle prassi penali rischia peraltro di tradire, per paradosso, le premesse da cui muove. «L'autocontrollo non nasce dalla paura della punizione – ha dichiarato la dottoressa Ilaria Garosi, psicologa della casa di reclusione di San Gimignano, in occasione degli Stati generali della giustizia minorile –. Nasce dall'aver sperimentato ripetutamente una relazione nella quale qualcuno ha saputo contenere senza schiacciare, proteggere senza sostituirsi, porre limiti senza umiliare».
Un provvedimento da modificare
Ignorare e non voler conoscere le cause alle spalle dei disagi e delle azioni devianti significa abdicare al ruolo educativo e al ruolo di cura che è compito di ogni istituzione. Caritas Ambrosiana auspica che il confronto parlamentare possa approfondire e modificare il provvedimento sulla punibilità dei minori, mantenendo al centro la specificità dell'età evolutiva e la funzione educativa della giustizia minorile.
La sicurezza delle nostre città passa certamente attraverso il rispetto della legalità, ma anche attraverso la capacità di costruire comunità più inclusive, relazioni educative più forti e opportunità concrete di crescita per tutte le ragazze e tutti i ragazzi.
Un progetto sulle relazioni
In questa prospettiva, Caritas Italiana ha promosso “Jobel”, un progetto che coinvolge 17 Caritas diocesane presenti nei territori in cui hanno sede gli Istituti penali per i minorenni. L'iniziativa accompagna i giovani autori di reato in percorsi educativi, formativi e di inclusione sociale, sostenendone il reinserimento e valorizzandone le potenzialità. Parallelamente realizza attività di prevenzione e sensibilizzazione nelle scuole e nei territori, nella convinzione che il disagio debba essere intercettato prima che si trasformi in devianza. È un'esperienza che testimonia come investire sulle relazioni, sull'accompagnamento educativo e sulla corresponsabilità delle comunità produca maggiore sicurezza rispetto a una risposta esclusivamente repressiva.
Caritas Ambrosiana sta realizzando il progetto nella diocesi di Milano, con l’obiettivo di rendere la comunità partecipe di processi di responsabilità, conoscendo meglio le situazioni e stimolando percorsi di confronto e riflessione. Inoltre continuerà a promuovere, insieme alle istituzioni, alle scuole, agli enti del terzo settore e alle comunità locali, percorsi di prevenzione, accompagnamento e inclusione. Perché, come ricorda don Marco Pagniello, «educare è certamente più impegnativo che punire, ma è l'unica strada capace di generare sicurezza autentica».
Quando una società investe più facilmente nell'inasprimento delle pene che nell'educazione dei propri ragazzi e delle proprie ragazze, il rischio è che finisca per rincorrere le conseguenze senza affrontare le cause. La sicurezza non nasce dalla paura dei giovani, ma dalla capacità di una comunità di riconoscerli come parte del proprio futuro.