Relazioni e apprendimenti al tempo degli smartphone


Michele Aglieri, pedagogista dell’Università Cattolica di Milano, ha aperto il seminario del 21 novembre con due brevi racconti dal sapore digitale.
Il primo:
Camminando nella piazza di una cittadina con degli amici e la loro figlia tredicenne sente una frase della ragazza:
“Noo era Morgan!”
“lo hai salutato?” le risponde lui.
“No, l’ho scritto sul gruppo WhatsApp della classe” dice lei chiudendo i commenti sul passaggio del più bello della scuola.
Un segnale che i ragazzi ignorano le persone in carne ed ossa e si preoccupano soltanto di comunicare col tefonino? No, dice Aglieri, il pettegolezzo tra ragazzi esisteva anche ai miei tempi, semplicemente ora lo si fa anche attraverso i social network.
Secondo racconto:
Lungo sfogo di un ragazzino sulla sua pagina facebook a proposito della nuova compagna del padre. Nei commenti si inserisce un amico, ma poi anche la madre ed un’amica che si lasciano andare ad espressioni di aperto disprezzo al limite con la violenza. L’amico suggerisce al ragazzino di continuare la conversazione in privato.
“Chi ha fatto un uso responsabile del mezzo in questo caso? Di sicuro non gli adulti”.
La responsabilità educativa invece è sempre degli adulti, in ogni luogo. E quando parliamo di social network proprio di luoghi, di ambienti, stiamo parlando. Luoghi in cui ci si incontra in mezzo ad altre persone che osservano, ascoltano e commentano.
Ai media si educa e ci si educa di continuo, lo sguardo critico fa fatica a star dietro all'evoluzione tecnologica, ma non per questo è autorizzato ad assentarsi, anche perché se no chi lo insegna ai ragazzi?
Il problema dell’oblio, cioè del fatto che ogni cosa che scriviamo resti indelebilmente tracciata, non rientra solitamente tra le considerazioni che un ragazzo fa quando utilizza i social network. Sul web ci si costruisce una reputazione e quindi è importante saper filtrare cosa si vuole rendere pubblico.
Anche del fatto che i media siano un business, con tutto ciò che questo comporta sull’organizzazione degli spazi e delle notizie sulle pagine, c’è scarsa consapevolezza. Le piattaforme web sono nate come forma d'arte e di aggregazione, ma sono di fatto diventate strumenti commerciali visti i numeri che ci sono sul loro utilizzo (vd www.internetlivestats.com).
I new-media creano attese, formano valori, fanno cultura, quindi è importante capire quali attese, valori e culture promuovono i media su cui si muovono i nostril figli. Obiettivi per un educatore sono quelli di  lavorare sulla competenza mediale perché generi giuste scelte dal punto di vista etico ed estetico. È un lavoro quindi sulla cittadinanza, sui valori e sulle relazioni. Vuol dire insegnare un metodo centrato sulla saggezza rapportandosi con i ragazzi, rispettare le cose che loro fanno, capire il senso delle loro azioni senza giudicarli e usare la nostra curiosità verso di loro.
Esistono poi alcuni luoghi comuni che vanno analizzati e spesso smontati:
-"I nativi digitali sanno fare tutto con i media". Non è vero, spesso, per esempio gli studenti universitari non sanno usare word. Si autoalfabetizzano, fanno tutto da soli, ma imparano solo ciò che gli serve.
-"Quelli sono luoghi virtuali". Ma di fatto vi transita del denaro, vi si litiga, vi si organizzano appuntamenti, tutte operazioni molto concrete.
-"Solitudine vs socializzazione: stai in rete perché sei solo o perché usi vari modi di socializzare? Questa è la vera questione, anche perché spesso i ragazzi stanno sul web mentre sono in mezzo agli amici in carne ed ossa. Ma di fatto è una questione che riguarda le competenze relazionali e di cui gli eventuali “abusi di web” sono solo una possibile conseguenza.
- "I nuovi media fanno più paura dei vecchi". Ma forse un ragazzino che sta tutti i pomeriggi a leggere un libro è auspicabile?
Conclusione con alcune indicazioni: è importante assegnare protagonismo ai ragazzi ed usare i loro desideri per incontrarli. I social network, i giochi e le mille opzioni che internet offre sono ottime opportunità per farlo.
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