Raccolta degli indumenti usati: più fiducia, più responsabilità

Il comparto della raccolta, riciclo e riuso degli indumenti usati – di cui i cassonetti gialli, anche nella diocesi ambrosiana, sono un emblema – sta attraversando una crisi strutturale. E periodiche inchieste giornalistiche evidenziano rischi di opacità insiti nella filiera.

In questo contesto, Caritas Ambrosiana e Consorzio Farsi Prossimo, a cui fanno riferimento le cooperative sociali operanti nel settore all’interno della diocesi di Milano, hanno pubblicato un documento per confermare «inalterata fiducia nel lavoro, nelle modalità operative, nei criteri organizzativi e gestionali e soprattutto nelle finalità che caratterizzano l’azione delle cooperative». E per ribadire che i vestiti dismessi, depositati nei quasi 1.800 cassonetti “Dona Valore” presenti in diocesi, «non vanno ai poveri, se non in una piccolissima parte. Il fabbisogno dei guardaroba parrocchiali e dei centri d’ascolto Caritas viene infatti coperto da raccolte e donazioni locali. La stragrande maggioranza dei tessuti conferiti nei cassonetti prende invece la via del riciclo (delle fibre, quando il capo non è più utilizzabile) e del riuso (all’interno dei circuiti di seconda mano, quando il capo è in buono stato)». Ma questo «esito “industriale” della raccolta (…) non fa sì che essa sia meno “etica”». 

Grazie ai proventi ricavati, infatti, le cooperative favoriscono l’inclusione lavorativa di tante persone: nel 2023 le 9 cooperative aderenti alla Rete Riuse hanno dato lavoro nelle diocesi di Milano, Bergamo e Brescia «a 118 persone, di cui 33 svantaggiate, in base alle categorie di legge, e 44 fragili, cioè con poche probabilità di rientrare da sole nel mercato del lavoro». A ciò «si aggiunge la destinazione solidale di una quota dei proventi»: dal 1998 al 2024 nella sola diocesi di Milano sono stati staccati «assegni per circa 5,7 milioni di euro a favore di 225 progetti e circa 9 mila beneficiari (anziani, minori, migranti, persone con disabilità e disagio psichico, donne vittime di violenza e di tratta)».

Purtroppo, «nel 2025 questo contributo solidale verrà presumibilmente azzerato, a causa della crisi in cui versa l’intero settore». Le norme che hanno reso obbligatoria la raccolta differenziata dei rifiuti tessili (senza che le amministrazioni pubbliche si fossero attrezzate) e il dilagare del fenomeno del fast fashion (con il compulsivo usa e getta di vestiti composti da fibre di scarsa qualità, non riciclabili) hanno determinato l’aumento dei volumi e il crollo del valore dei materiali raccolti. Vesti Solidale, la cooperativa più grande in diocesi, nel 2024 ha realizzato «+15% di materiale raccolto e -7% di ricavi rispetto al 2023».

Si rischia dunque il blocco o il ridimensionamento delle attività: «è già successo e sta succedendo in diversi territori lombardi». Con effetti facilmente immaginabili: «incenerire o avviare in discarica, anziché riciclare o riusare i materiali tessili, eleva i tassi di inquinamento, ma anche le tasse imposte ai cittadini».

Un contesto così complesso richiede una rinnovata «assunzione di responsabilità da parte di una molteplicità di attori»: cooperative sociali e aziende attive nel settore, istituzioni (occorre velocizzare «il passaggio al regime che obbligherà produttori, importatori e venditori a coprire i costi economici e organizzativi della gestione dei prodotti tessili a fine vita») e operatori dell’informazione. Maggiore attenzione e maggiore sobrietà sono però richieste «anche a noi cittadini»: i cassonetti gialli «non vanno usati come bidoni dell’immondizia» e soprattutto «abbiamo il dovere di ripensare le nostre pratiche di consumo ».

 
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