L’esigenza di rimettersi in gioco

Nicolò Caporale, 22 anni, è tra i ragazzi che in questi mesi hanno accolto la proposta di Vita Comune per la Carità. Ma la sua è stata un’esperienza particolare, per così dire a chilometro zero

“…E a un certo punto, durante una delle nostre riunioni, è stato chiaro che c’era bisogno di una scossa, di un’opportunità per rimettersi in gioco”. Nicolò Caporale ha 22 anni; studia Economia a Milano ma quando è a casa, a Cernusco sul Naviglio, non lesina l’impegno in parrocchia: educatore adolescenti (con i ragazzi del 2005), membro del Gruppo Giovani, attivo nel Consiglio della Comunità educante, impegnato nel volontariato. Una vita piena, improvvisamente messa in stand-by dal Covid. “La sensazione era veramente di essere stati fermi, di aver perso del tempo – commenta Nicolò – e alla ripresa sembravamo tutti un po’ intorpiditi. Serviva qualcosa di forte, che ci portasse fuori dalla zona di comfort e ci rimettesse in gioco”.

Vita Comune per la Carità - L'esigenza di rimettersi in gioco

In parrocchia era arrivata l’eco del progetto “Vita Comune per la Carità”: il programma originario, promosso da Caritas e Pastorale giovanile diocesana, propone ai giovani interessati un periodo di convivenza fraterna, in una delle case messe a disposizione dalla Diocesi, dove sperimentare, oltre alla comunione di vita e di preghiera, un tempo forte di volontariato a servizio del territorio, in una logica di attenzione agli ultimi e di educazione alla pace.

In questo caso, le ragazze e i ragazzi coinvolti sono degli estranei, e il periodo è concepito anche come uno stacco – a volte il primo – dalla vita famigliare e dall’ambiente conosciuto. Ma le cose, a Cernusco, si sono strutturate un po’ diversamente. “A metà 2021, dalla nostra parrocchia avevamo manifestato interesse in quattro – ricostruisce Nicolò - In oratorio c’era una casa parrocchiale libera. A un certo punto l’idea si è configurata, è venuta naturale: perché non organizzare l’esperienza direttamente lì, come forma di testimonianza in mezzo alla nostra comunità?”. Dopo un’accurata preparazione, eseguita sotto la guida attenta del coadiutore e responsabile della pastorale giovanile di Cernusco, don Andrea Citterio, l’esperimento ha preso vita a gennaio 2022: e Nicolò, Teresa, Marika e Alessandro sono “andati a convivere”. “È stato un po’ come metter su famiglia, a due passi dalla famiglia di origine – ride Nicolò – con nuovi spazi di autonomia da ricavarsi e da organizzare, senza dimenticare la comunità di provenienza”.

Terzo di quattro fratelli, Nicolò non temeva la condivisione degli spazi, o l’esigenza di dare una mano in casa: ma come sarebbe stata la convivenza con quei tre coinquilini in particolare? “Teresa, che ha 22 anni e dopo la laurea stava muovendo i primi passi da logopedista, era già una mia amica – elenca Nicolò – ma con gli altri due non ci conoscevamo per niente bene: Marika, del ’97, in quel periodo era una smart worker, quindi lavorava sempre da casa; mentre Alessandro, 25 anni, aveva in ballo contemporaneamente la pratica forense, il servizio civile e l’impegno in politica. Insomma: avevamo una serie di incognite”. E com’è andata? Nicolò tace un attimo, ma si capisce che non è un’esitazione: è l’impossibilità di trovare le parole per dire quanto sia stato bello. “È venuto tutto sorprendentemente naturale!” prorompe Nicolò, e il mistero umanamente inspiegabile di questa convivenza comincia a dipanarsi in un racconto in cui “l’appartamento della parrocchia” diventa “Casa Nazareth, l’abbiamo ribattezzata così” e “le attività in comune” si trasformano in “quando la sera dicevamo la compieta insieme” e “gli altri tre” cominciano a comparire come “i miei fratelli”. Così si comincia a intuire la chiave di questa esperienza straordinaria, in cui la carità (come servizio alle persone senza fissa dimora, “perché era già un ambito di volontariato di tutti e quattro”) scaturisce come risultato della preghiera comune; la testimonianza (“la casa era sempre aperta, di solito accoglievamo persone a cena ogni martedì sera, quando sono venuti i miei adolescenti erano gasatissimi”) fluiva naturale dallo stile della comunione; la cura reciproca (“abbiamo abbandonato dopo pochissimo la tabella dei turni, le cose ci venivano spontanee”) era conseguenza del senso di fraternità.

Vita Comune per la Carità - l'esigenza di rimettersi in gioco

Un’onda di Bene che si è propagata silenziosa ma inesorabile, come il Bene sa fare: perciò “la voce si è sparsa tantissimo” e non certo solo grazie all’account Instagram aperto dai ragazzi; “moltissime persone hanno iniziato a salutarci per strada”; “abbiamo avuto l’opportunità di vivere incontri molto profondi” e, tra gli ospiti, si è invitato a cena anche Mario Delpini. “È stato davvero bello averlo alla nostra tavola – assicura Nicolò – Ci ha invitato a essere dei ‘figli consapevoli’ anche una volta usciti dalla casa, a essere grati e a fare la nostra parte”.
Vita Comune per la Carità - L'esigenza di rimettersi in gioco
E a proposito di uscita dalla casa, come è andato il “dopo”? “Con i miei fratelli è rimasto un rapporto quotidiano: la relazione profonda che abbiamo stabilito è diventata un’amicizia che rimane”. Non vi è venuta voglia di prolungare l’esperienza oltre i due mesi programmati? “Certo che ci abbiamo pensato! – dice pronto Nicolò – Ma… ci siamo risposti che era giusto lasciar fiorire il nostro seme, dando la possibilità ad altri di vivere la stessa esperienza”. Casa Nazareth è uno scalo, Casa Nazareth non chiude mai i battenti.

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