Nel Cielo, la speranza per Ashid

Vita nel campo profughi più grande del mondo: Cox's Bazar

Di veramente preciso c’è poco. I numeri variano in continuazione, le modalità di accesso ai servizi sono a dire poco imprecise. La risposta dei Governi sommarie, quando non complici o apertamente criminali.
 
Di preciso c’è stata negli anni solo il disegno, quasi a tavolino, per la cancellazione di un intero popolo dal suo territorio di origine, o almeno di insediamento storico.
 
Il resto è fatto di urla, bombe, tafferugli, prima, e veri attacchi, poi. Case bruciate, stupri sommari, uccisioni e tantissimi chilometri di strada macinati tra le foreste e gli altipiani, con bambini e anziani al seguito.
 
Ora Ashid risposa nella sua tenda, osservando le gocce pesanti di pioggia cadere all’entrata nella pozzanghera marrone, che diventerà il nuovo divertimenti per i bimbi con il primo raggio di sole.
 

Ashid di figli ne ha quattro, tre maschi e due femmine. Ma solo l’ultimo, Arkar, è con lui. Gli altri tre e la loro mamma sono morti lungo la via. Per Rajuma la fine è giunta dopo tre giorni di strada: era ancora stanca per la gravidanza e l’allattamento di Arkar, la poca acqua, il caldo estenuante e una frattura di una gamba hanno fatto il resto. Kadjha, la bimba, si è consumata nella diarrea al campo profughi e suo fratello maggiore l’ha seguita qualche mese dopo schiacciato da un cumulo di terra staccatosi dalla collina per le piogge.
 
Ashid adesso culla Arkar, con l’aiuto delle donne nella tenda affianco lo nutre con il latte in polvere fornito dalle Nazioni Unite. Fino a qualche mese fa passava anche una signorina con gli occhi allungati e la pelle di bronzo a controllare la crescita del suo bimbo, ma da un po’ non si vede. Dicono che si sia ammalata di COVID e nessuno più vuole venire al suo posto.
 

Ashid la notte riposa con Arkar al suo fianco, di tanto in tanto gli incubi lo svegliano, rivede il loro villaggio bruciare e risente le urla terrorizzate dei suoi e quelle bestiali degli aggressori, allora culla l’insonnia guardando per ore il suo piccolo respirare sereno con le smorfie e i sorrisi guidati dagli angeli dei sogni.
 
Sono imprecisi anche i numeri delle persone ospiti nel campo profughi di Cox’s Bazar. Ad ogni conta fatta dalle Agenzie umanitarie si aggiunge qualcuno o scompare dalle liste qualche altro. C’è chi muore, c’è chi arriva, c’è chi scappa, sperando in un futuro nel Bangladesh “là fuori”.
 
Sono più di un milione, ormai, i profughi di etnia Rohingya che hanno lasciato lo stato del Rakhine, da dove provengono nel nord del Myanmar.
La loro storia è crivellata di fughe, persecuzioni, violenze, speranze e disillusioni, ma l’attacco subito dal 2017, che ha portato all’esodo così tragicamente evidente in Cox’s Bazar, resta tristemente unico in termini di intensità, durata e precisione chirurgica.
 
Ashid sa di essere solo uno dei tantissimi nel campo, sa che questa vita da profughi è in realtà divenuta stanziale e la normalità è fatta di tende, code per l’acqua, code per il cibo, piogge torrenziali e caldi torridi, speranze e cadute, alleanze tra gli ospiti, episodi di solidarietà e unità da sciogliere il cuore e altrettante faide e soprusi da creparlo quel cuore.
 
Da anni ormai conoscono solo fame, epidemie ricorrenti, stagioni estreme e condizioni disumane di affollamento. Il Covid è solo un’altra delle sventure scritte nel libro del Destino.
 
Non sa di non esistere, di non essere nemmeno un numero per il suo Paese, di essere scappato non per un giorno “fare ritorno”, ma solo per trasferirsi in un altro Stato per starci in un modo cosi precario, che a solo immaginarlo il fango sotto i piedi si apre per la paura.
 
La leader visionario di un tempo, Aung San Suu Kyi, paladina della libertà dal regime militare, tenace combattente pacifica per la libertà, premio Nobel per la pace nel 1991, simbolo dei diritti umani e civile è anch’essa imprigionata nella retorica nazionalista del suo Paese, continua a sostenere un negazionismo apparentemente ingiustificabile ed inspiegabile.
 
Alcune nazioni, a causa del suo sostenere la politica del Governo birmano orientata alla pulizia etnica dei Rohingya e, nel contempo, alla negazione della loro esistenza anche legale, le hanno ritirato premi ed onorificenze e Aung San Suu Kyi è stata citata ed ha preso parte alle udienze della Corte Internazionale di Giustizia, proprio per difendere l’operato del Governo di cui fa parte.
 
Ashid non conosce personalmente Aung San Suu Kyi, non sa che il Mondo sta a guardare, con qualche lamentela di fondo, perché una Nazione potente pone il veto a possibili interventi esterni di giustizia.
Tutte le cose che milioni di persone guardano nei video passati di cellulare in computer, quelli che esperti incravattati scrutano negli uffici legali o alle udienze internazionali, Ashid le ha viste con i propri occhi, le hanno subite sulla pelle e nell’anima la moglie e la figlia, ne porta il ricordo silente il piccolo Arkar.
 
Arkar vuole dire cielo e in questo cielo Ashid, il suo papà, come nei cieli di moltissimi altri uomini e donne Rohingya, come lui, posano gli occhi e rimettono le speranze per un futuro più giusto.
 
 
di Beppe Pedron, Caritas Italiana
 
Inoltre:

Link al topic introduttivo: Emergenza Rohingya

 
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