Rep. Centrafricana: un Paese ancora senza pace

La Repubblica Centrafricana è ancora senza pace. Dopo l’arrivo della forza multinazionale francese (Sangaris) e africana (MISCA) il paese è come diviso in due parti a seconda delle parti belligeranti locali che lo controllano: la zona ovest gli Antibalaka e quella est gli ex-seleka.
Dopo la partenza forzata del presidente golpista Djotodjia si è formato un governo di transizione alla testa del quale troviamo una donna, Catherine Samba Panza, ex sindaco della capitale, ex presidente delle “femmes Juristes centrafricaines” nei confronti della quale la popolazione aveva riposto molte speranze. Di fatto ha provato a riconciliare il paese ma la situazione in realtà è più intricata di quanto si dà a vedere per molteplici ragioni: interne ed esterne.

Per quanto riguarda le influenze esterne è difficile comprendere fin dove arrivino le ramificazioni sotterranee che hanno dato origine al colpo di stato del 2013. Di fatto i militari golpisti erano tutti stranieri: mercenari dei paesi vicini, Ciad e Sudan. All’interno: dopo il polverone sollevato dalle loro malefatte (villaggi interi incendiati, massacri programmati, stupri, furti…) con la conseguente reazione delle forza di autodifesa popolare denominatisi “anti balaka” e l’arrivo della forza multinazionale, ogni fazione si è ritirata in una zona di proprio controllo e sotto il tentativo di controllo della forza militare multinazionale.
Intanto il governo di transizione, nella ricerca di mediazione per la pace, sostenuto dalle organizzazioni internazionale ha indetto, a partire dal 21 luglio 2014 un “Forum per la riconciliazione nazionale e il dialogo politico” a Brazzaville, la capitale del Congo, sotto l’egida del presidente congolese.

Di fatto in questa occasione è stato firmato un documento di “cessazione delle ostilità”. Documento ritenuto da tutti troppo generico e che non prendeva in considerazione nessuna guida per l’avvenire. Di fatto la presidente, in seguito al forum di Brazzaville ha proceduto a un rimpasto del governo. Il primo ministro stesso è stato rimosso e così come oltre la metà dei ministri. A detta della presidente il senso di questo nuovo governo, varato i primi di agosto, è di promuovere la pace e la coesione del paese attraverso un governo di larghe intese e neutro di fronte alle fazioni in lotta, fatto di tecnici. Di fatto tre ministri dell’area antibalaka e due di quella ex seleka figurano nel nuovo quadro e il primo ministro è di area musulmana.  

Intanto circa l’evoluzione dei gruppi armati c’è da registrare da entrambe le parti un dopo i colloqui di Brazzaville, una scorporazione e divisioni interne che hanno dato origine a diversi scontri interni.
C’è innanzitutto da registrare la dichiarazione di divisione del paese da parte della seleka. Al nuovo territorio dichiarato indipendente è già stato dato un nome: “Dar el Kuti”. Più propaganda che altro, ma qualcuno ci crede e gli sviluppi all’interno della seleka lo dimostrano.

Le agenzie di stampa, “Journal de Bangui”, “ La nouvelle centrafrique”, “Corbeau news centrafriques” , riportano che a Bria, zona sotto controllo della ex seleka, a 380 km a nord est di Bangui, il 25 agosto si sono registrati tensioni e scontri. L’ex comandante della seleka e il suo vice sono fuggiti a un attentato, dopo che la casa gli è stata distrutta a colpi di arma da fuoco.

A Bambari il 27 agosto scorso si sono verificati  tra la popolazione Pehul, nomadi musulmani, e gli ex seleka, si registrano diversi morti.  Sempre a Bambari le agenzie riportano la notizia di oltre 80 morti in uno scontro tra ex seleka, tra il 27 e il 28 agosto. Segno di profonda divisione all’interno di questo movimento.

Nemmeno tra gli antibalaka le cose non sono migliori. Il movimento di autodifesa dei cittadini, senza coordinazione interna, è passato senza fare scalpore sotto il controllo di forze politiche differenti, con conseguenti diatribe (spesso tristemente accompagnate da morti), sia nella capitale Bangui sia nelle province come nei piccoli villaggi che controllano coi loro fucili di fabbricazione artigianale da caccia o il machete. Chi veramente soffre per questa situazione è la popolazione, nella morsa a turno dei vari pretendenti liberatori, passati aguzzini.

Intanto come se tutto questo non bastasse c’è da registrare il crollo di una miniera d’oro nel centro nord sempre nella regione di Bambari. Una trentina di giovani impegnati nello scavo del terreno per l’estrazione dell’oro, il 20 agosto, sono rimasti sotto il terreno franato a causa delle piogge di questo periodo. A chi danno profitto queste miniere? Certo a chi controlla la zona.

C’è in ultimo da registrare il graduale arrivo di nuove forze militari multinazionali della missione europea “EUFOR”. Circa 750 militari sono già operativi tra francesi, georgiani, estoni, spagnoli, polacchi. Il 29 agosto anche gli italiani rispondono all’appello. Una cinquantina di militari dell’8° reggimento paracadutisti, pare con funzioni logistiche all’interno del progetto EUFOR (Fonte: “Corbeau news centrafrique”).

Insomma situazione niente affatto pacifica. Anche le strade sono insicure. La forza militare multinazionale assicura due volte alla settimana  una scorta per il tragitto Cameroun- Bangui, ma negli altri giorni i camion e auto private che circolano per i mercati settimanali son spesso presi di mira, i passeggeri derubati di soldi e prodotti acquistati e auto incendiate. Spesso queste azioni sono giustificate per fare pressione per la liberazione del leader ribelle di turno in prigione.

L’importante per noi è rimanere e vivere accanto alla popolazione che non si sente ormai di appartenere a nessuno, alla mercé del sopraffattore di turno.
Diverse iniziative sono in cantiere o in progettazione di tipo post emergenza, nell’ambito della coesione sociale e del rendere la sensazione di una vita in cui la normalità delle attività possa continuare: scuole, attività  ricreative, agricole e piccolo commerciali, attività ecclesiali.  
 
Padre Beniamino Gusmeroli

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