Ebola: una quarantena lunga tre mesi

La gente viene da me e dice “Sorella, non abbiamo nulla da mangiare oggi”. Se ho qualche moneta gliela offro e li rendo molto felici e riconoscenti. Se invece non ho denaro mi sento impotente e un po’ preoccupata. Queste persone sono gentili e semplici e l’ebola ha sottratto loro le fonti di sostentamento e a volte gli ha rubato anche la dignità.
 
La città di Kenema, in Sierra Leone, è stata una delle più colpite dal terribile virus dell’ebola. Molte famiglie sono stata letteralmente spazzate via e molti bambini sono rimasti orfani. Mi imbatto spesso anche in molti vedovi e molte vedove che hanno perso i loro congiunti a causa della malattia. Le persone sono traumatizzate e stigmatizzate.
 
Kenema è stata dichiarata una epicentro della malattia ed è stata messa in quarantena dal resto del Paese per quasi tre mesi. Sono state adottate severe misure di isolamento. Le persone possono muoversi, ma solamente all’interno della città.
 
Possono entrare solamente i veicoli con scorte di cibo e medicinali e ci sono severi controlli lungo tutta la strada. Coloro che sono riusciti a portare in città degli alimenti hanno cominciato a speculare aumentandone considerevolmente i prezzi così le persone più povere non possono permettersi il cibo necessario al proprio sostentamento.
 
Girando per il mercato posso notare che molta gente acquista piccole quantità di alimenti primari come riso, pesce, olio e verdura perché i prezzi salgono quotidianamente. Così sono veramente poche le persone che possono permettersi tre pasti. La gente appare spesso anemica e malnutrita e diventa una preda più facile per il virus. Non è solo l’ebola a uccidere, ma anche la malnutrizione che tocca una larga fetta della popolazione di Kenema.
 
L’arrivo dell’ebola ha paralizzato anche altri aspetti della vita di tutti i giorni. Le scuole spesso rimangono chiuse. Il Ministero dell’Educazione sta provando a proporre delle lezioni alla radio. Gli studenti si devono incollare ai loro piccoli apparecchi e cercare di imparare qualcosa guidati da una voce lontana. Ma non tutti hanno accesso a questa tecnologia che in Occidente appare obsoleta e scontata.
 
A volte ci si concentra solamente sui pazienti colpiti dall’ebola e ci si dimentica che anche gli altri versano in stato di bisogno, anche i sopravvissuti affrontano tutti i giorni gravi problemi (a volte perché il capofamiglia è morto e non sanno come procurarsi il cibo).

donne cucinano per orfani dell'ebola
 
Vedo studenti che vanno al mercato e cercano di vendere gli oggetti che hanno in casa per sostenere la famiglia.
 
Anche se il Governo, con l’aiuto del mondo esterno, sta cercando di fronteggiare la situazione e di contenere il virus le persone continuano a morire e le case vengono chiuse e messe in quarantena.
 
Parte della popolazione è ancora ignara sulle misure preventive. La pratica tradizionale di lavare e toccare i cadaveri è difficile da dimenticare. Alcune persone insistono per fare i riti di sepoltura tradizionali per i propri cari. Coloro che lavano, vestono, toccano e seppelliscono le vittime dell’ebola quasi sempre ne rimangono contagiati e finiscono per infettare altre persone della famiglia.
 
Ho contattato il signor Patrick Jamiru della Caritas Kenema. Ha organizzato numerosi seminari per sensibilizzare e formare la popolazione alla prevenzione. Ha dato anche molte informazioni agli insegnanti della mia scuola.
Gli insegnanti hanno fatto un sacco di domande soprattutto di natura pratica. La Caritas Kenema ha dimostrato ampia disponibilità a intervenire laddove le autorità non riescono a soddisfare le richieste. Hanno anche chiesto “ma perché andare nei centri di trattamento se non esiste una cura?”. Il signor Jamiru ha spiegato che anzitutto è una misura preventiva per evitare il contagio dei famigliari e che nei centri i medici e gli infermieri possono somministrare delle medicine per tutti i sintomi dell’ebola.
 
Continuiamo a pregare che un giorno l’ebola possa lasciarci in pace!

Suor Anthonia Ezeibekwe è la responsabile della scuola elementare del Santo Rosario e insegna anche presso il Politecnico Universitario Orientale di Kanema in Sierra Leone, una città intera chiusa per quarantena a causa dell’ebola.

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