Caritas in prima linea contro l'ebola

Quando l’epidemia di ebola è arrivata troppo vicino al suo orfanotrofio, Padre Peter Konteh ha capito che era il momento di portare in salvo il maggior numero di ragazzi.
“Andiamo a vedere la spiaggia?” ha detto il sacerdote di Caritas Freetown ai bambini.
Ha creato l’orfanotrofio anni fa dopo che la guerra civile, che ha devastato per anni la Sierra Leone, lasciò tanti bambini senza genitori. Ora i suoi ragazzi sono di nuovo in pericolo. “Non voglio creare panico. Tanti di questi ragazzi sono già stati abbastanza traumatizzati dalla guerra”.
 
Padre Peter parla con i ragazzi di Freetown, la capitale della Sierra Leone: “Abbiamo il pranzo e degli spuntini, cantiamo un po’ di canzoni durante il viaggio?” tutto per far apparire questo spostamento come una gita premio per qualche risultato raggiunto. Ora i bambini sono ospiti di alcune famiglie e sono al sicuro.
 
Con un basso tasso di sopravvivenza, l’ebola ha ucciso centinaia di persone in pochi mesi in Africa Occidentale. Gli operatori Caritas si sono sparpagliati sul territorio della Guinea e della Sierra Leone, raggiungendo i villaggi più remoti, baraccopoli e città più grandi per insegnare alla gente alcuni accorgimenti sanitari di base per cercare di arrestare la diffusione della malattia e salvare vite umane.
 
Sapone, cloro e disinfettante per le mani sono piuttosto efficaci. In Guinea, Caritas ha portato sapone e cloro a più di 100.000 persone e sta facendo un lavoro “porta a porta” per sensibilizzare la popolazione. Grazie alla collaborazione con altre organizzazioni l’intervento è divenuto davvero capillare.
 
In Sierra Leone gli operatori Caritas organizzano attività di formazione e utilizzano la radio per sensibilizzare la gente. “Il più grande nemico è la mancanza di informazione” dice Edward John-Bull, direttore di Caritas Sierra Leone.
 
“Portiamo qui dottori, infermiere, insomma tutti quelli che hanno a che fare con la sanità, per fare formazione. Insegnanti cattolici, sacerdoti… tutti impegnati a diffondere gli stessi messaggi su come proteggersi dal virus. Poi tornano alle loro parrocchie e fanno lo stesso con i catechisti, durante le messe…”.
 
“Il grande valore aggiunto di Caritas è che siamo già lì, siamo presenti nelle comunità, ci danno ascolto perché si fidano di noi” racconta Moira Monacelli, coordinatrice regionale di Caritas Italiana per l’Africa occidentale.
 
Caritas può rivolgersi direttamente a persone che sono particolarmente a rischio “lavoratori della ristorazione, tassisti, personale di hotel, gente che lavora nei mercati e in tutti quei luoghi molto frequentati da persone” racconta Edward John-Bull. La Caritas sta lavorando anche con le ostetriche in modo da evitare che il parto possa essere una fonte di contagio.
 
Quando le persone contraggono le malattie non vogliono andare in ospedale. Alcuni credono in teorie del complotto secondo le quali il virus è stato portato da nemici esterni per costringere la gente ad andare in ospedale e subire espianti di organi sani. Alcuni preferiscono affidarsi a guaritori locali e alla medicina tradizionale. In altri casi la popolazione locale “pensa che i medici siano in qualche modo interessati e in parte complici” racconta Monacelli.
 
Le famiglie inoltre non vogliono lasciare i propri cari in quarantena “per la loro cultura è inconcepibile”, dice Monacelli, “quando una persona si ammala la famiglia resta vicino alla persona malata fino all’ultimo istante della sua vita. Seguono il corpo e lo toccano”. Per far sì che i famigliari possano rimanere in contatto con chi viene messo in quarantena, gli operatori sanitari forniscono telefoni cellulari, cercando di venire incontro alle necessità di tutti.
 
“Quando qualcuno muore, viene seppellito da operatori specializzati per evitare il diffondersi del virus. Questo particolare cimitero non è aperto al pubblico, nessuno può venire a piangere sulla tomba o assistere alla tumulazione. Le persone sono seppellite come fossero prigionieri chiusi in sacchi ermetici e buttati in una fossa. Come si può umanizzare questo processo?” si chiede spesso John-Bull.
 
Gli operatori di Caritas, specialmente i sacerdoti, sono diventati degli intermediari tra le famiglie e gli operatori sanitari per cercare di organizzare dei riti funebri, che possano dare maggiore dignità e rispetto, cercando sempre di rispettare le consegne sanitarie per evitare il diffondersi del virus.
 
Padre Peter cerca di confortare le famiglie che non hanno potuto seppellire i loro morti come speravano. “Dico loro, se possiamo benedire il cibo senza vederlo, possiamo pregare a distanza per una persona cara che ha perso la vita”.
 
Qualcuno afferma che l’ebola sia una punizione divina e pensano di poter fermare il virus solamente con le preghiere. “Quando vado alla radio dico sempre che Dio è con noi ma che bisogna fare tutti gli sforzi per prevenire quanto sta accadendo. Non limitiamoci a sederci e affidarci solo alla preghiera” ha detto Padre Peter.
 
Nelle zone rurali, dove il segnale della televisione è completamente assente, è la radio l’unico mezzo per raggiungere le persone. Caritas Guinea ha trasmesso più di 2.600 spot in otto canali diversi.
 
I ragazzi evacuati da Padre Peter dall’orfanotrofio stanno bene. Ma “quando è arrivata la notizia che l’ebola è arrivata a Freetown mi hanno chiesto… dove pensi che sia sicuro ora?”
“Mi hanno chiesto… dove andremo dopo?”.
 

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